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Quando si “parca” l’auto

Language columnQuestioni della lingua italiana
AuthorLeo Pestelli
Date 26 marzo 1974


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Fra i suffissi verbali ce n’è uno, oggi piuttosto trascurato, che rende preziosi servigi stilistici, perché attinge, come si può da un prefisso, l’effetto del sublime, facendo balenare, in poche lettere, la luce dell’infinito.
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Codesto suffisso, che ha un suo preciso valore semantico (mette in risalto l’azione espressa dal tema: denota azione frequente, solita) è il non mai abbastanza lodato eggiare, con che si fanno i verbi così detti «frequentativi», ma meglio detti «spesseggiativi», in quanto lo spesseggiare, che è appunto un verbo di quella famiglia, lo spesseggiare che è altra cosa del semplice «continuare», è l’idea che li informa.
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S’intenderà allora come in zecca degli spesseggiativi, sia praticamente inesauribile, potendosi paragonarli in pittura alle pennellate lunghe e piumose (azzurreggiare amoreggiare civetteggiare mormoreggiare veleggiare soleggiare), e come non ci sia barba di dizionario che possa tener dietro a questa perenne invenzione linguistica (fiscaleggiare tonaleggiare danteggiare aristarcheggiare chisciotteggiare lappoleggaire pensiereggiare rettileggiare, e chi più ne ha più ne metta).
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Donna che ci piaccia, si può palparla una volta o anche un po’ di seguito (la sterminata famiglia dei verbi continuativi latini, che il Leopardi esplorò da par suo, mai si distingue nelle lingue romanze, dalla famiglia dei positivi); ma soltanto il palpeggiarla denota, a norma di suffisso, il ritorno l’abito il vizio.
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Allo stesso modo, non il semplice occhiare, che è lo scorgere con un’occhiata quel che fa il caso («ho bell’e occhiato quel che fa per me»), dipinge il «voyeur»; sibbene l’occhieggiare.
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Il punto dolente è che il sentimento e il gusto dello spesseggiativo si è alquanto ottuso; e come già i continuativi sono andati a perdersi nel calderone dei positivi (onde nevicare ha soppiantato l’antico Nevare, che pur ritorna spontaneo nel lessico infantile), così è per avvenire degli spesseggiativi.
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Chi parcheggia una volta soltanto l’automobile, la dovrebbe propriamente parcare; il geloso che di piglio al vetriolo, non è per ciò stesso un vetrioleggiatore, se, dopo aver vetriolato, si sta.
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Ma queste fini distinzioni suffissali non sono più sentite; e il male non è tanto recente, se i comunissimi Ficcare e Saltare, da tutti usati come verbi primitivi, sono spesseggiativi, belli e buoni, rispettivamente di Figgere e Salire.
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tutto è male in quest’oscurarsi della nozione dello spesseggiativo: giacché, come osserva il Tommaseo in uno dei suoi radiosi momenti di vena filologica, «la confusione tra il semplice atto e il suo più o men frequente ripetersi prova, da un lato, che lo sforzo confusesi con la forza, ma prova dall’altro che nell’atto è il germe dell’abito, che chi fa una volta, saggio di poter dare di nuovo; e che la potenza dell’atto non si ha senza la potenza dell’abito».
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Il che però non licenzia il lettore (e tanto meno il lettore del Tommaseo) a scambiare tra loro stancare-stancheggiare, contare-conteggiare, ostare-osteggiare, voltare-volteggiare e siffatte coppie di ben distinti sinonimi, distinti appunto dall’importare idea di frequenza, di metodo, oppure no.
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Perché si può ruttare per disgrazia, ma si rutteggia per isconcia abitudine.
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A un calo di quest’aureo suffisso, così operativo sul corpo della parola, corrisponde la voga dell’insulsa quanto fastidiosa desinenza -izzare, che a ben costrutti orecchi suona sempre barbara (fuorché in certe derivazioni consacrate dall’uso, come fertilizzare volgarizzare armonizzare e altre), usurpando il luogo a terminazioni più eufoniche e italiane.
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Quella dei verbi in -izzare è diventata una mania, seconda soltanto alle voci in -ismo; non essendoci ragione, altro che una cattiva piega del dire, perché civilizzare conculchi Incivilire, concretizzare Concretare, fanatizzare Infanatichire, regolarizzare Regolare, profetizzare Profetare.
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Leo Pestelli

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