Powered by <TEI:TOK>Maarten Janssen, 2014-
Domanda un lettore se «nèmesi» sia da scrivere con la lettera grande, e se possa stare, senza più, per sinonimo di Vendetta. Chi ha sensibilità mitologica, che è quanto dire poetica, scriverà Nèmesi, perché ci sente il nome proprio d’una Dea, la dea della giustizia distributiva, che toglieva a premiare o castigare le azioni compiute dagli uomini. Sebbene anche presso gli antichi prevalesse il senso cattivo di «dea della vendetta», quella prima e più mite accezione non è da dimenticare.
L’iter era questo. A punire il superbo gli Dei ne davano la mente in balia alla dea Ate (Fatalità), cioè a un cotale accecamento funesto, che di stoltezza in istoltezza precipitava l’uomo e la sua stirpe nella sciagura. Spettava poi a Nèmesi (dea della distribuzione equa e irrevocabile, perciò detta anche Adrastea) segnare il funesto decreto; dopodiché le Erinni (Furie) perseguitavano il reo fino alla morte. Era insomma quella di Nèmesi una «vidimazione», che riguardava così il male come il bene. se per umiliare l’orgoglio degli umani Zeus ingenerò nella dea Nèmesi quell’Elena che fu cagione dello sterminio di tanti eroi. Elena recò pure loro, prima della rovina, dolcezza e bella vista. Cosicché a parlare rettamente, Nèmesi non sarebbe lo stesso che Vendetta: una promozione, il lieto successo di un’impresa, una suocera buona, la Costituzione inglese, possono essere effetto di Nèmesi, in quanto distributrice di premi, oltreché di castighi.
Può esser Nèmesi anche il sollievo che prova a rituffarsi nel dialetto nativo chi abbia affaticate le orecchie dal linguaggio dei politici. Lungo sarebbe enumerare i meriti di «Come parlare e scrivere meglio» («Selezione del Reader’s Digest» - Milano), che compilato da Aldo Gabrielli, Luciano Satta e altri linguisti di prima lancia, scioglie nel modo più piacevole e sicuro quasi tutte le difficoltà di lingua, innestandovene di inedite che allargano l’orizzonte. Un paragrafo tratta, «ad deterrendum», del sermone dei politici, contrassegnato da scialacquo di parole, ipotassi a perdifiato e libidine dell’astratto. Dai gustosi esempi recati e dai moltissimi che il lettore può aggiungere di suo, si ricava questo paradosso: che il linguaggio dell’uomo politico, non altrimenti che quello del poeta, è in funzione, non già di «mezzo», ma di «fine».
Perché insorgono daccapo tante virgolette nei resoconti parlamentari? Appunto per isolare il valore dell’espressione per sé presa. Parlando si fanno tante combinazioni; e a ognuno può accadere di dare a compromesso l’aggiunto storico, a svolta l’aggiunto democratica, e così, sebben più raramente, di fare ossimori (acutezze stolte) del tipo concordia discors, più invecchi e più diventi bella ecc. Ma con questo resteremmo immensamente lontani dai veri «compromesso storico», «svolta democratica», «convergenze parallele». Questi modi sono veri (per lo meno al suono) perché immobili e inalterabili, cioè a dire perché escono da un calcolo e dosatura della parola, da una vera e propria fascinazione verbale (tipograficamente segnata dalle virgolette, in forza delle quali «preliminarmente» non è più il nostro Preliminarmente), che, a giudicare dall’estrinseco, è la medesima onde il Poeta si muove a dire, una volta per tutte, «Giovane donna sotto un verde lauro». La differenza è che quei modi, significando poco o nulla, riescono soltanto ossessivi; ma non per questo è men vero che in essi la parola serve a se stessa e non ad altro.
Lo stesso è delle Figure che, private del sentimento, nel linguaggio politico generano oscurità piuttosto che chiarezza. Tutti intendono la bufera delle passioni (le figure si fanno per questo); non tutti livello di guardia, linea dura e linea morbida, e perché il Tempo debba pluralizzarsi in tempi lunghi e tempi brevi. E nondimeno il linguaggio politico giornalistico suda dietro alla produzione di immagini, che, se non ci fossero sarebbe molto più chiaro. È da vedere anche in questo una deserta volontà poetica?
Meglio, si diceva, farsela col dialetto, con una qualunque particella di esso. Quale differenza fra un mondo come «si profila il riacutizzarsi» e il piemontese ciamè bute! Poiché un lettore ce ne chiese spiegazione: è maniera popolaresca, esprimentissima, sapida d’osteria. Vale infatti «riconoscersi vinto», sul innanzi di colui che gioca all’osteria e, avendo perso la partita, chiama, cioè ordina: bottiglie!, vale a dire il vino della posta in gioco.
Dove è da notare: l’idiotismo piemontese chiamare per Chiedere, domandare; l’ellissi dei: dichiarativi che produce l’illusione di un termine diretto (chiamar bottiglie) e infine la figura Metonimia, per cui il contenente (bottiglia) è preso come il contenuto vino. Osservazioni che nulla tolgono alla bellezza del ciamè bute. Dilungarsi sulla sua origine eroica e tutta virile, quel modo si estende anche ai fanciulli, agl’innamorati, agli animali domestici che, convinti d’aver torto, alzano il dito (il tollere digitum dei Latini) in segno di resa.
Leo Pestelli
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