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Cesare sposa un soprano

Language columnQuestioni della lingua italiana
AuthorLeo Pestelli
Date 25 novembre 1975
NewspaperLa Stampa
Publication placeTorino
Publication countryItalia
Page3
Column2-5


[1]
Così semplice; meno quando si tratta di definire al femminile altre dignità, professioni, servizi
[2]
La questione circa il modo di formare il femminile da sostantivi indicanti dignità professione esercizio, sino a non molto tempo fa riservati per diritto o consuetudine, al sesso mascolino, è tuttavia incresciosamente aperta: il mondo cammina in direzione favorevole alla Donna, ma la lingua italiana, per questo rispetto, tira indietro.
[3]
Lascia stare il gerarchico «la capa», ma come scherzo.
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Crescendo il contenzioso, avremo sempre più a fare con donne in toga; e ancora non sapremo, con nostra vergogna, come chiamarle esattamente.
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Posto che Avvocato è nome mobile maschile di II classe con desinenza -o, il femminile in -a parrebbe irrecusabile.
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Ma la tradizione lessicale italiana, che ha molto del pio, mette innanzi, che Avvocata è attributo esclusivo della Vergine Maria.
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Dunque, avvocatessa.
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La terminazione essa è molto cara ai Toscani, che la gradiscono anche in filosofessa (preferito a filosofa, che vi somiglia a «donna saputa»): tutt’al contrario che nel Meridione, dove filosofa è in tono serio e viceversa filosofessa, a cagione degli ultimi suoni, ha del risibile.
[9]
Una grammatica di tipo toscaneggiante prescriverà capitanessa, in luogo di capitana che è da lasciare alla nave; canonichessa (suora non prebenda) in luogo di canonica, che è la casa parrocchiale; esattoressa provviditoressa procuratoressa invece che esattrice provveditrice procuratrice, che avrebbero senso più generico in quanto «nomina agentis».
[10]
Sono distinzioni e cautele che oggi non reggono più.
[11]
Oggi non ci entra che ministra abbia solo del traslato (la morte è spesso ministra della giustizia di Dio) e che la donna ministra debba invece dirsi ministressa.
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Lasciando che ogni ambiente linguistico ha una sua suscettibilità in fatto di desinenza, il suffisso essa muta di tono secondo la parola cui s’affigge: è liquido, accettato da tutti in poetessa dottoressa professoressa studentessa ecc., e ancora, sforzando un po’, in sindachessa papessa medichessa (medica è della poesia): ma intacca nello strano e ha più sempre della canzonatura in gigantessa eroessa tragediessa maestressa insegnantessa (Pasquali) e simili.
[13]
Oltre a questo, la nostra lingua, celiante come nessuna, ha dato spazio e nome anche al personaggio della moglie di colui che esercita la professione o detiene in dignità (prefettessa, doganessa), il che non ha fatto che complicare di equivoci uno stato di cose già abbastanza complicato.
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Si rammenteranno le logomachie semantiche sul gruppo Ambasciatore-Ambasciatrice-Ambasciatora-Ambasciatoressa, accese dall’avvento in petto e persona di un ambasciatore in gonna, la signora Clara Luce.
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E come, compresi di confusione, si giungesse a scrivere, con temeraria «constructio ad intelligentiam», che «l’ambasciatore vestiva un abito scollato».
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Soluzione da gente seria è quella di lasciare inalterato il nome e di ricorrere, per la dichiarazione del sesso, a una locuzione accessoria.
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«La parola è all’avvocato, signorina Tal dei Tali»: «Qui giace Clorinda Lippi, sindaco di Torrefranca».
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È una via cerimoniosa ma lunga e incomoda, e che può portare, per impazienza, alle sgrammaticature di tipo televisivo o epistolare signora notaio, signorina architetto, cara avvocato, con l’urto frontale dei generi.
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Oh perché (sospirano le femministe che vorrebbero tutto) questi benedetti nomi di professione non partecipano della natura univoca di Soprano, maschile quanto alla grammatica, ma femminile quanto al senso?
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Bello poter dire, senz’ambiguità, «Cesare sposa un soprano».
[21]
I grammatici moderni hanno sgombrato da questo campo molte difficoltà.
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Per nomi in -e, dai pochi in fuori che buttano in -essa, consigliano un femminile invariato: la preside, la giudice, la vigile urbana.
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Sull’innanzi morfologico di Infermiera Magliaia Moretta, caldeggiano ingegnera notaia architetta.
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E per venire a noi, assimilano il caso di Avvocato a quelli di Deputato e Soldato; participi passati, di origine latina, di deputare soldare advocare; dei quali tutti si può fare tranquillamente il femminile deputata soldata avvocata; rimossa, circa l’ultimo, la pregiudiziale mistica della Madonna, unica e vera Avvocata; anche perché la sua funzione di peroratrice delle nostre cause appresso Dio, collima tecnicamente con quella delle avvocate terrene, e, nonché repugnanza, v’è affinità di idea e quasi un rapporto tra protettrice o patrona (meglio che patronessa) e protette.
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Leo Pestelli

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