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Il dramma di “suicidarsi”

Language columnQuestioni della lingua italiana
AuthorLeo Pestelli
Date 25 settembre 1975


[1]
Poco sbaglia chi ritiene che in fatto di aggettivi (vecchio male) siamo sul punto di perdere la testa.
[2]
O forse l’abbiamo già perduta?
[3]
La «guerra del vino» non si fa senza strazio degli orecchi.
[4]
Che mostruosa cosa è quell’aggiunto eccedentario («vino eccedentario») che nel giro di tre sere abbiamo sentito pronunziato due volte sul teleschermo!
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Bisognerebbe entrare nelle tortuosità di certi cervelli per capire che cosa sia nella nuova parola che già non si trovi in Eccedente, aggettivo participiale per sufficientissimo a esprimere l’idea.
[6]
Ma la desinenza -ario è di moda (comunitario prioritario ecc.), e pur di ficcarcela, la si applica di testa propria (qui è la differenza dell’affine Sedentario, che è tolto di peso dal latino sedentarius) o senza badare chessa denota «appartenenza, conformità, convenienza a una cosa» e altro che non fa al caso, a una voce già compiutamente formata, storpiandola.
[7]
Ma lasciamo di farci cattivo il sangue, e veniamo a questioni più tranquille.
[8]
Nulla di assoluto, di metodico può essere nell’insegnamento linguistico.
[9]
Talvolta bisognerà mettere in guardia contro la pedanteria: talaltra incuorarla.
[10]
Rientra nel primo caso la maniera congiuntiva a che (franc. à quoi), una delle balordaggini più diffuse.
[11]
Proponete a dieci Italiani i verbi Provvedere procurare badare consentire opporsi e simili, e nove di essi sfionderanno immancabilmente l’a che, come fatale conseguenza sintattica: provvederà a che non ti manchi nulla; tutti hanno interesse a che giustizia sia fatta.
[12]
Per esempio del metodo opposto (pignoleria a oltranza) sta il francesismo Suicidarsi (se suicider).
[13]
Tutti ormai se ne giovano, anche scrittori illustri: l’Uso se la ride degli avvertimenti in contrario dei linguisti.
[14]
Eppure quel riflessivo ribadito due volte, equivalente a «suicidare se stesso», e la cui genesi è stata bene illustrata dal Gabrielli (dal sostantivo suicida, uccisore di , e dal derivato verbo suicidare, che aveva già valore riflessivo, ma non però la forma, sicché gli fu data con l’istintiva aggiunta della particella si), quel doppio riflessivo non va; e chi fa tanto da arrivare a capirlo, non lo userà più o almeno più raramente (giacché l’Uso ci travolge) e in ogni caso l’userà con una punta di fastidio, come chi, camminando, sentisse un ciottolo tra i piedi.
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Gli stessi che gli usano indulgenza come a modo inverato, avvertono poi che in una prosa vigilata si dirà assai meglio Uccidersi, Ammazzarsi; o dispiacendo questi verbi crudi, si potranno usare maniere eufemistiche quali darsi la morte, togliersi la vita, porre fine ai propri giorni e sim., o anche attaccarsi prosaicamente al mezzo usato per suicidarsi: spararsi, avvelenarsi impiccarsi annegarsi ecc.: i quali tutti sono buoni riflessivi, debitamente formati (verbo più particella), senza ridondanze.
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Perché, alla fin fine, chi ci vieta di vigilare la nostra prosa?
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D’andar cauti con lo stesso Suicidio (fr. Suicide), soprattutto in senso morale: il suicidio d’uno scrittore (un cattivo libro); il suicidio di un popolo (un rivolgimento finito male)?
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Leo Pestelli

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