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I “regali” del dialetto

Language columnQuestioni della lingua italiana
AuthorLeo Pestelli
Date 25 settembre 1973
NewspaperLa Stampa
Publication placeTorino
Publication countryItalia
Page3
Column2-5


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Due criteri per giudicare dei regionalismi: l’antichità, di per inviolabile, e la convalidazione
[2]
I doni che le parlate regionali hanno fatto e fanno al fondo comune della lingua, sono innumerabili; e al purista che ne li volesse sbandire non basterebbe risalire al Trecento, ché anche , oltre a un viluppo di senesismi (cittolo), lucchesismi (lappola), pistolesismi (bilenco) ecc., avviticchiati al fiorentino schietto, troverebbe, a tacer d’altro, il venezianismo di botto (de boto) e i sardismi di piano e dono, che tutti e tre sono in Dante.
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Sarebbe insomma quel purista certamente più matto che purista: ma per ciò solo che diciamo «certamente» e non decisamente come l’andazzo porterebbe a fare (decisamente euforico, decisamente bella), perché neghiamo che il verbo Decidere e i suoi derivati Deciso Decisamente abbiano i sensi che dal Piemonte sono passati al resto d’Italia (di Risolversi, indursi; di Risoluto, fermo; di Assolutamente, risolutamente, certamente), abbiamo posto un criterio per giudicare dei regionalismi; criterio che si assomma nel concetto di antichità prima e poi di convalidazione.
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Acciuga e ramazza
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L’antichità (come vediamo nel veneto di botto, che ha fatto corpo con l’italiano) è di per inviolabile: nelle cose di lingua si beve, e talvolta anche si beve grosso; tutto quello che sia stato imbottigliato da secoli.
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E così, perché convalidato dall’Uso che li sente ormai necessari, nessuno darebbe addosso a quelle «creature loci» che sono i termini liguri darsena boa trinchetto acciuga; ai piemontesi grissini e ramazza; ai veneti gondola regata catasto e gazzetta; agli emiliani birichino aleàtico mezzadro; ai romani maschera (inserviente teatrale), pizzardone e sbafare; ai napoletani ammainare pizza mozzarella e iettatura; al siciliano cassata e così via.
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Ma ci sono parole e modi e anche o soprattutto pronunzie (appiccicose, incrollabili, fatali come quella di certo maestro veneto, ricordato dal Migliorini, che soleva esortare gli alunni a «batere le dopie»), che manifestano la patria di chi parla con una confidenzialità che sarebbe del dialetto ma non è della lingua; deviazioni, storture, anche errori, che se si possono giustificare in sede stilistica (come i tanti piemontesismi di Faldella, riscattati da così superbe adiacenze, o i non pochi di Pavese, per il quale Poggio è fatto bricco), non si sostengono davanti alla lingua nazionale, di cui anzi ritardano il processo di unificazione.
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A occhi chiusi, udendo dire tiretto per Cassetto (adattamento del francese tiroir), siamo ben certi di trovarci nell’Italia settentrionale; e così non basta la nobile origine latina a sprovincializzare il termine anta, ante per Battente di finestra o Sportello d’armadio, che anche si dice nell’Italia boreale.
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A tavola, dove pur si sta tanto bene, spuntano altri dispiaceri.
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La parola terrina a denotare quel recipiente di terracotta, rotondo, per servire minestre e condire insalate, ha rotto i confini nordici, ed è usata anche dai più rigorosi con quel senso di rassegnazione che s’accompagna all’inevitabile.
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Tiriamo via che deriva metonimicamente dal francese terre diminuito in terrine: molti e molti sono i francesismi che l’italiano accoglie.
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Ma la definizione del vocabolo, sui fulcri «minestra» e «insalata», indica chiaramente le soluzioni corrette, che saranno rispettivamente Zuppiera (pur col lieve disagio che zuppa, assolutamente per Minestra, è anch’esso oltremontano) e Insalatiera, non dovendo qui spaventare la duplicazione del tema: si è mangiato una intera insalatiera d’insalata.
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«Terrina» non è dunque quel caso di forza maggiore che troppi, non avendo in casa il Tommaseo il Petrocchi, s’immaginano; come non lo è un’altra voce della famiglia dei piatti, che nel toscano-italiano suona Piatto fondo o Scodella, e nell’italiano dei provinciali, a motivo di quel «fondo», fondina, risultando così un’illecita concorrenza col legittimo Fondina, borsa o astuccio a custodir la pistola, derivato da un antico «fonda» per Tasca.
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Natali oscuri
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In genere i dialettismi hanno natali oscuri e come si perdono, il che avviene spesso, non v’è modo di ricondurli a casa, a quella casa etimologica dalla quale chi abbia per ideale la lingua del Petrarca, cioè l’italiano per quintessenza, non si dovrebbe mai dipartire.
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Al fuoco di quell’ideale, noi potremmo, piegati dalla necessità, arrischiare putacaso guard-rail e consimili esotismi crudi, ma non il romanesco e senza parentado sbronza, che ha da cedere all’italiano Sbornia, consolato dalla probabile etimologia d’un latino tardo ebrionia, da ebrius, ebbro.
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Questa discorsa si è fatta a contemplazione di un lettore piemontese in con gli anni, che solo in questi giorni ha appreso, con suo grande avvilimento, che l’espressione solo più, usuale sulle sue labbra, è un netto dialettismo.
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La cosa sta purtroppo così: ma a differenza del credo mica dei Lombardi o del quando che vado dei Veneti, che sono regionalismi evidentissimi, il piemontese solo più (mac pi), se ne consoli il lettore incriminato, è tanto subdolo e sfuggente che pochi se ne accordano e moltissimi invece se ne giovano, e non mica gentuccia, ma maestri della forza di Momigliano, Bignone, Foscolo Benedetto, Einaudi, Jemolo e altri, da cui il Migliorini ha tolto copia di esempi.
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Di per , osserva il linguista, il costrutto non è affatto strano: come si dice che un eslantifondista ha solo o soltanto un campicello, oppure che non ha più che un campicello, così si potrebbe ben dire, fondendo i due costrutti, che ha solo più un campicello.
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Si potrebbe dire e si dice, ma appunto dai Piemontesi soltanto e dai loro inconsapevoli echeggiatori.
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D’altra parte la Rettorica è per scusare tante cose; e se è vero che al buon italiano basta e avanza «ci mancava solo questa!», senza il rincaro del «solo più questa», è forza riconoscere che quel Più, riguardato come pleonasmo, non è senza efficacia sull’espressione.
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Inorridire bisogna di altri piemontesismi: vorrei chiamarti un favore e chiamare l’elemosina; che grosso guaio è arrivato al nostro Luigi!; se volete venirci a trovare in casa, dispensatevi (che invece che «venite pure», come vuole, viene a dire il contrario, cioè «non venite»); nel Giro del Piemonte il corridore Tizio è restato primo, eccetera; ma circa solo più, che forse striscia inavvertito nelle stesse scuole, basta sconsigliarlo in via amichevole: è troppo facile che anche i riprensori ci caschino talvolta.
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Leo Pestelli

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