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Il raro vilipeso “codesto”

Language columnQuestioni della lingua italiana
AuthorLeo Pestelli
Date 25 luglio 1976


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Letterati non toscani che professano antiletteratura si son fatti un idolo polemico del povero pronome dimostrativo locale di seconda persona Cotesto Cotesta (o in forma raddolcita Codesto Codesta), lo cuoprono di scherni, lo notano come piccolo «mostrum» nello stesso Leopardi («Garzoncello scherzoso, / codesta età fiorita»), lo sentono irreparabilmente stonato e arcaico.
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Che fare perché una parola uscita dal sentimento linguistico comune vi rientri, come avrebbe pienamente diritto di fare il Codesto, che ha una sua inalienabile proprietà grammaticale?
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Altrove che in Toscana, dove la parola ancora si conserva e anzi sfringuella (e sarà forse questa la prima cagione della sua disgrazia), si ode quasi invariabilmente dire: càmbiati quella camicia, lèvati quellanello, e da un capo all’altro del desco: dammi quel sale; quasi che comincia anello e sale siano sospesi all’ingiro, lontano dalla persona a cui si parla.
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Eppure i grammatici, avendo riguardo all’uso dei buoni secoli, avevano distinto bene, secondo le tre persone, così: Questo, per indicare cosa prossima a chi parla (questo dito mi duole); codesto per indicare cosa prossima a chi ascolta (lascia codesto pensiero); Quello, per indicare cosa terza e non prossima ai parlanti (quella donna mi piace).
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Si avevano così dimostrativi locali di prima, di seconda e di terza persona, corrispondenti ai latini hic haec hoc, iste sta istud, ille illa illud: onde proprissimamente ai buoni tempi, si sarebbe detto: càmbiati codesta camicia, lèvati cotesto anello, e ove la saliera fosse stata dalle parti di chi ascoltava, dammi cotesto sale.
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Il declino di questo pronome sarà forse uscito dall’erosione stilistica che cominciarono a farne i classici in favore di Questo e Quello, sempre però a ragion veduta e con arte finissima.
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Quando Dante fa dire a Catone «Qual negligenza, quale stare è questo?» (che non è già suo, ma delle anime purganti), quel portentoso fondatore della nostra lingua antivedeva anzi istituiva l’eccezione posta dal grammatico: «Quando la cosa che si trova preso la seconda persona si suol riguardare in se stessa senza porre in rilievo la persona medesima, può qualificarsi anche coi pronomi dimostrativi di prima e di terza persona».
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Puzzerebbe anzi d’affettazione (ed ecco il principio della fine per il povero Cotesto) l’usare sempre il Cotesto tutte le volte che una cosa è vicina alla seconda persona.
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Il Boccaccio infatti, supremo maestro in questa materia, ha: «Calandrino che viso è quello? è par che tu sia morto».
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Dove Nello che parla, mostrando meraviglia della pallidezza di C., considera il viso separato dalla persona.
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Anche nell’uso famigliare è consentita la licenza «non fare quella faccia», dove il quella assorbe l’individuo nella faccia, facendola capeggiare.
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Ma in troppi altri casi il regolare Cotesto non dovrebbe cedere le sue ragioni, anche perché torna utile a impedire l’equivoco.
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«Dammi quella penna» non lascia capire se devo dare la penna che ho in mano o quella ch’è sulla tavola; «dammi quella lettera» non dipinge il geloso così addosso alla sua vittima.
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All’irritazione avrà contribuito il Cotesto enfatico, caro agli oratori e ai «paglietta», usato a indicare cosa o concetto significato poco prima o poco appresso (cotesto è da vedere), che nove volte su dieci può essere sostituito con Questo, perdendosene appena quel tanto di cattedratico che peraltro spiega la sua fortuna.
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Pure, anche in quest’ufficio di ripresa, Cotesto serba caratteristiche sue proprie, segna una sfumatura di distacco tra la cosa, pur vicina al nostro pensiero, e noi che la guardiamo più di lontano.
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«Questa minestra è uno schifo. In cotesto modo non si va più avanti».
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Nel «cotesto» spunta la responsabilità della cuoca.
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E fa parte del galateo dello scrittore, segnatamente toscano, il dire Cotesto, invece che Questo o Quello, quando la cosa di cui si parla è in certo modo accostata a chi legge e fatta sua: «in cotesta casa viveva», «costì dice bene Aristotele»: un «cotesta» e un «costì» che segnano la sovranità locale del lettore.
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V’è dunque un Cotesto letterario che non ha regole precise, e un Cotesto grammaticale (geniale fusione del latino eccu(m) tibi istum), che invece le ha, determinate dalla posizione della cosa rispetto alla persona.
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Curioso che il primo sopravviva per vezzo rettorico; dove del secondo, che pure svolge un ufficio preciso, pochi ormai vogliono sapere.
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Leo Pestelli

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