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Le insidie dell’esotismo

Language columnQuestioni della lingua italiana
AuthorLeo Pestelli
Date 25 aprile 1976
NewspaperLa Stampa
Publication placeTorino
Publication countryItalia
Page3
Column367


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L’istintiva repugnanza dell’italiano per le uscite tronche o consonantiche si espresse per secoli mediante la figura di Paragoge (aggiunta d’una lettera o sillaba in fin di parole): nòe, rumme.
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Vigendo tale sistema, la questione circa la formazione del plurale delle voci straniere, non si poneva nemmeno: perché una volta data forma più o meno italiana al singolare di dette voci, diventava un gioco da ragazzi estrarne il plurale: e milorde (o milordo) dava i milordi; fracche, i fracchi; ponce, i ponci; colbacco, i colbacchi; iccasse (la x come lettera dell’alfabeto), le iccassi e via di seguito, compreso filme (che mancò nulla non allegasse!) il quale avrebbe dato i filmi.
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Ma non va altrimenti oggi, che i forestierismi, oltreché cresciuti a dismisura, sono ricevuti e venerati nella loro grafia originaria (lasciamo della pronunzia, che è un altro paio di maniche); scemata, correlativamente, la tendenza a munirli d’alcun segno di rimorso ortografico (corsivo e virgolette), e insomma comportandosi noi in tutto e per tutto come se essi appartenessero al nostro lessico.
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E se così è, a che confondersi a farne il plurale secondo le regole, non sempre facili a sapere, delle lingue donde provengono?
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È rimasto famoso tra questi plurali d’ostinazione, fatti al tasto, quello di festivaux (da festival)
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Il consiglio dei più autorevoli grammatici è che la maggior parte degli esotismi, specie i più introdotti, i più brevi e facili a dire, si abbiano a considerare invariabili; e dunque dire i film i gag i gangstar gli sport i bar i vermut le hostess le miss i flirti e anche i revival e i recital, senza volerli pluralizzare come fa spesso la Tivù, sibilando - con una s (i films, i leaders) che essendo propria del plurale del francese e dell’inglese, può finire col diventare terminazione tipica delle parole straniere in generale e coll’essere malamente applicata anche a quelle che non la vorrebbero: onde i plurali spropositati albums führers lieders travels soviets, ricordati dal Migliorini.
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Perché delle due l’una o si ospita davvero la parola straniera, cioè si fa finta che non sia più straniera, e allora non si declina, oppure la si cita e soprattutto la si sente come straniera, e allora va isolata dal contesto italiano con opportuni avvedimenti: mi piacciono i film di cow-boy; mi piacciono i film dove agiscono i cow boys (o i «cow-boys»).
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Altre parole non propriamente straniere, ma estranee alla grafia italiana si devono considerare invariabili, e sono quei molti latinismi che infiorano il discorso comune quali memorandum referendum ultimatum curriculum agenda lapis raptus e altri.
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Anche qui non commetteremo la pedanteria di seguire per la formazione del plurale, le norme della lingua latina; ma diremo indifferentemente il memorandum e i memorandum, il referendum e i referendum, l’ultimatum e gli ultimatum ecc.
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(e non già i memoranda, i referanza, i curricula ecc.), e in quanto al neutro plurale latino agenda lo sentiremo addirittura come parola italiana di genere femminile, il cui plurale è le agende.
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Del resto alcuni di questi latinismi sono più pomposi che necessari; ed è da incoraggiare la tendenza a sostituire curriculum con Curricolo e auditorium con Auditorio (pl. curriculi e auditori).
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Se le parole straniere non danno generalmente pensiero circa la formazione del numero del più, non così molte parole italiane e specialmente le composte e specialissimamente le composte della parola Capo (cresciute a selva nel secolo della burocrazia).
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Ma qui fortunatamente un grammatico (il Gabrielli) che vi ha vegliato le notti, ha messo fuori una norma di tutto affidamento.
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Bisogna per prima cosa badare alla speciale funzione esercitata dalla parola Capo nell’interno del contesto.
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Può essere di «soggetto» come in capostazione, che vale appunto «il capo della stazione»; e può essere di semplice attributo come in capocuoco, che è quanto dire, non già il capo del cuoco, ma «il cuoco a capo».
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Fermato ciò, e rammentato che il plurale si fa soltanto dell’elemento principale del composto (che in capostazione è capo, e in capocuoco cuoco), non sarà più possibile sbagliare: diremo i capistazione, i capiturno, i capisquadra, i capiclasse eccetera, e viceversa diremo per il sormontare dell’altro elemento: i capocuochi i caporedattori i capomacchinisti i capocomici i capoluoghi i capolavori ecc.
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Sul femminile Capa che pur batte discretamente all’Uso, ancora non si è pensato nulla di serio circa le sue composizioni (le capefabbrica? le capacronisti?).
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Leo Pestelli

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