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Passato remoto

Language columnQuestioni della lingua italiana
AuthorLeo Pestelli
Date 24 settembre 1976
NewspaperLa Stampa
Publication placeTorino
Publication countryItalia
Page3
Column7-8


[1]
È vero che l'uso del passato remoto ha la sua debita applicazione quando si parla di fatti accaduti innanzi la mezzanotte del giorno in cui parliamo?
[2]
Ieri andai (e non sono andato)?
[3]
È vero, ma non è tutto il vero; la questione è più complessa.
[4]
Il passato remoto gli antichi lo chiamavano «perfetto» a significare ch'esso è un tempo completamente risolto nel passato, senz'alcuna mistura di presente.
[5]
Può anche riferirsi a un tempo vicinissimo (di solito il passato remoto è già a cottura dopo le ventiquattr'ore: ieri vidi, lessi, andai): purché quel fatto non abbia più alcuna relazione col tempo in cui parliamo.
[6]
Viceversa il passato prossimo conserva codesta relazione, o che il fatto sia accaduto al tempo dei Berengari o dopo la mezza notte precedente al giorno in cui parliamo; e per questo suo guardare al passato con l'occhio e gl'interessi del presente, fu acutamente definito «il presente del passato».
[7]
L'osservanza di questa semplice regola basta ad evitare che un tempo sia scambiato con un altro.
[8]
«Ieri passeggiai»: il fatto è fatto, e resta; «in questo secolo non si è avuta un'ora di bene»: il secolo dura tuttavia.
[9]
Anche quando sembra che passato remoto e passato prossimo si possano scambiare (e il Bini nel Capitolo «Contro le calze»: «Da poi ch'io nacqui, o da poi ch'io son nato Che in l'uno e in l'altro modo si può dire...»), la differenza c'è.
[10]
Nacqui, se si considera il fatto della nascita per ; son nato se il nascimento è preso come il principio della vita che dura tuttora (non son nato ieri: non me la fai).
[11]
Sono poco regolati nell'epigrafi dei trapassati illustri sia il Qui è nato, sia, e peggio, il Qui nasceva, il quale, quando non istia con valore speciale d'imperfetto storico, i nostri grammatici d'una volta chiamavano «pendente», in quanto esso imperfetto invoca un'azione o uno stato cominciato e non finito, socchiuso, nel tempo che se ne compiva un'altra o un altro (mentre io scrivevo la lettera, giunse Pietro e mi convenne smettere).
[12]
Tornando a noi, il passato prossimo ben si differenzia dal passato remoto, non già perché, come inesattamente sembrano confermare le due denominazioni tradizionali, esprime un fatto meno lontano da quello indicato da quello passato, bensì perché il passato prossimo ha la sua continuità effettuale o sentimentale nel presente (Vicinelli).
[13]
Sicuro, sentimentale.
[14]
Di che si coglie un chiaro esempio nel C.
[15]
XXXVI dei Pr.
[16]
Sp., dove si parla di Renzo che osserva la fila dei guariti uscenti dal Lazzaretto, nella speranza di scorgervi Lucia: «....Son passati tutti; furon tutti visi sconosciuti.» Son passati tutti: ecco il fatto compiuto che sta davanti all'animo di Renzo facendogli sentire l'amaro della delusione; furon tutti visi sconosciuti: il passaggio, l'evento trascorso senz'alcun legame attuale con chi lo ha costatato, il fatto colto nella sua labilità (Trabalza-Allodoli).
[17]
In altri termini, e concludendo, il passato prossimo esprime un'azione avvenuta nel passato anche più lontano ma ancora in relazione negli effetti col momento presente («I Romani ci hanno tramandato una civiltà ancor viva e in isviluppo»); il passato remoto esprime un'azione avvenuta nel passato, descritta come a se stante, senza più relazione di effetto col momento presente («I Romani combatterono coi Sanniti»).
[18]
Eppure non si sa sempre tener conto di questa differenza fra i due tempi: il Settentrione abusa del passato prossimo coniugando a quel tempo anche i fatti di Annibale; il Mezzogiorno del passato remoto.
[19]
Leo Pestelli

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