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Chi inventò l'"erotista" 

Language columnQuestioni della lingua italiana
AuthorLeo Pestelli
Date 24 agosto 1974
NewspaperLa Stampa
Publication placeTorino
Publication countryItalia
Page3
Column2-5


[1]
Miracolo è trovare una parola nuova per una cosa vecchia; ma più miracolo il non potersi mai sapere chi ne sia stato il trovatore, di subito inghiottito dalla collettività.
[2]
A significare colei che esercita «il più antico mestiere del mondo», la nostra lingua ha fin troppe voci, e non occorre citare le più usuali.
[3]
Ma anche delle altre, nessuna è che renda la desiderata impossibilità di un termine generico, e che o per un verso o per l'altro, presa fuori da particolari contesti stilistici, non offenda per un suo colorito moralistico-celiante.
[4]
Cortigiana ed etèra sanno di canzonatura anacronistica; trusiana (raddolcito in drusiana) di Mercato Vecchio.
[5]
Torcia, carrucola e magalda sono del più riposto Fiorentino antico e abbisognano del dizionario; trìbada non viene nemmeno registrato.
[6]
Pandemia (con ellissi di Venere) e leccornia per pochi dotti: baladera e cantoniera hanno il vago e l'equivoco dei traslati (meglio, se mai, cantonaia): peripatetica, aggettivo sostantivato, è facezia levata di peso dal francese.
[7]
Resterebbero perifrasi e antifrasi del tipo «una di quelle», «la rispettosa» ecc., che però, in tempi di franco turpiloquio, suonano ormai insulsamente leziose.
[8]
Un chiarore si ebbe quando fu trovato l'eufemistico passeggiatrice, che sebbene in proprio a indicare chi perlopiù sosta o fa le volte in un luogo, incominciava a ritenere dell'indifferente.
[9]
Ma neppure quella era la vera parola; la parola tecnica, incolore, assoluta, quale la tecnologia ha finalmente espresso dal suo seno: erotista.
[10]
Meglio di erotista non si troverà mai nulla.
[11]
E non si badi a quel poco di prevaricazione semantica in forza di che l'erotista, propriamente lo studioso di erotismo, e prima rispetto al solo femminile (la erotista) e poi fatto traboccare dalla teoria nella pratica.
[12]
Criterio del conoscere, ci insegna Vico, è il fare.
[13]
Del resto lo stesso passaggio ha fatto l'estetista già studioso di estetica: si è voluto a la estetista, cioè l'esperta in cure di bellezza.
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**
[15]
È un punto che duole chiunque abbia fibre femministiche, quello secondo il quale al nome proprio femminile si può dare e si da l'articolo determinato (la Griselda); laddove al nome proprio maschile (salvo che non sia interposto un aggettivo: il mio Antonio) non si mai.
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Uno si chiede il perché di tale discriminazione tra uomo e donna.
[17]
Se dipendesse da un capriccio convalidato dall'Uso, sarebbe facile levarla via; ma purtroppo, come ci insegna il Gabrielli, essa ha un fondamento storico, e talmente velenoso, che era meglio non voler indagare.
[18]
Presso i romani, solo il nome maschile era vero nome proprio, in quanto «nell'uomo era la rappresentazione assoluta di stesso e di quelli che facevano parte della sua famiglia, di cui era signore e padrone».
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Al contrario la donna (lo ricordiamo con rossore) entrava nel novero delle «cose» appartenenti al padre e, dopo il matrimonio, al marito.
[20]
Il suo nome proprio nasceva dunque come appellativo fondato sul nome gentilizio mediante una desinenza femminile.
[21]
Tullio produceva Tullia, che voleva dire «la figlia di Tullio».
[22]
E perché il nostro volgare anche per questa parte s'esemplò sul latino, assunse cioè i nomi femminili come appellativi (la Marcolfa), e perché gli appellativi come i soprannomi, vogliono sempre l'articolo (Isotta la Bionda), e con spiegata l'origine dell’articolo determinato davanti al nome proprio di donna. 
[23]
Tende però la Donna Moderna, a non lasciarselo più appiccicare, confusamente conscia che quello che sembra la giunta (la), e invece una detrazione.
[24]
Leo Pestelli

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