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Miracolo è trovare una parola nuova per una cosa vecchia; ma più miracolo il non potersi mai sapere chi ne sia stato il trovatore, di subito inghiottito dalla collettività. A significare colei che esercita «il più antico mestiere del mondo», la nostra lingua ha fin troppe voci, e non occorre citare le più usuali. Ma anche delle altre, nessuna è che renda la desiderata impossibilità di un termine generico, e che o per un verso o per l'altro, presa fuori da particolari contesti stilistici, non offenda per un suo colorito moralistico-celiante. Cortigiana ed etèra sanno di canzonatura anacronistica; trusiana (raddolcito in drusiana) di Mercato Vecchio. Torcia, carrucola e magalda sono del più riposto Fiorentino antico e abbisognano del dizionario; trìbada non viene nemmeno registrato.
Pandemia (con ellissi di Venere) e leccornia per pochi dotti: baladera e cantoniera hanno il vago e l'equivoco dei traslati (meglio, se mai, cantonaia): peripatetica, aggettivo sostantivato, è facezia levata di peso dal francese. Resterebbero perifrasi e antifrasi del tipo «una di quelle», «la rispettosa» ecc., che però, in tempi di franco turpiloquio, suonano ormai insulsamente leziose. Un chiarore si ebbe quando fu trovato l'eufemistico passeggiatrice, che sebbene in proprio a indicare chi perlopiù sosta o fa le volte in un luogo, incominciava a ritenere dell'indifferente.
Ma neppure quella era la vera parola; la parola tecnica, incolore, assoluta, quale la tecnologia ha finalmente espresso dal suo seno: erotista. Meglio di erotista non si troverà mai nulla. E non si badi a quel poco di prevaricazione semantica in forza di che l'erotista, propriamente lo studioso di erotismo, e prima rispetto al solo femminile (la erotista) e poi fatto traboccare dalla teoria nella pratica. Criterio del conoscere, ci insegna Vico, è il fare. Del resto lo stesso passaggio ha fatto l'estetista già studioso di estetica: si è voluto a la estetista, cioè l'esperta in cure di bellezza.
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È un punto che duole chiunque abbia fibre femministiche, quello secondo il quale al nome proprio femminile si può dare e si da l'articolo determinato (la Griselda); laddove al nome proprio maschile (salvo che non sia interposto un aggettivo: il mio Antonio) non si dà mai. Uno si chiede il perché di tale discriminazione tra uomo e donna. Se dipendesse da un capriccio convalidato dall'Uso, sarebbe facile levarla via; ma purtroppo, come ci insegna il Gabrielli, essa ha un fondamento storico, e talmente velenoso, che era meglio non voler indagare.
Presso i romani, solo il nome maschile era vero nome proprio, in quanto «nell'uomo era la rappresentazione assoluta di sé stesso e di quelli che facevano parte della sua famiglia, di cui era signore e padrone». Al contrario la donna (lo ricordiamo con rossore) entrava nel novero delle «cose» appartenenti al padre e, dopo il matrimonio, al marito. Il suo nome proprio nasceva dunque come appellativo fondato sul nome gentilizio mediante una desinenza femminile. Tullio produceva Tullia, che voleva dire «la figlia di Tullio». E perché il nostro volgare anche per questa parte s'esemplò sul latino, assunse cioè i nomi femminili come appellativi (la Marcolfa), e perché gli appellativi come i soprannomi, vogliono sempre l'articolo (Isotta la Bionda), e con spiegata l'origine dell’articolo determinato davanti al nome proprio di donna.
Tende però la Donna Moderna, a non lasciarselo più appiccicare, confusamente conscia che quello che sembra la giunta (la), e invece una detrazione.
Leo Pestelli
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