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I cari fonemi della culla

Language columnQuestioni della lingua italiana
AuthorLeo Pestelli
Date 26 febbraio 1973


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Un lettore attende un figlio; e vorrebbe sin d’ora sapere se gli converrà indirizzarlo a dire babbo oppure papà.
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Vecchia questione.
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I genitori si tendono come balestre sulle labbra dei loro nati, a coglierne i primi fonemi, che per lo più sono i labiali pa e ba e il nasale ma (dovuto, secondo una suggestiva opinione dei glottologi moderni, alla pressione del naso contro la mammella o il poppatoio).
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Dalla replicazione di codesti temi (papa, baba, mama), che per l’infante non sono affatto temi, sorge nei grandi l’illusione di udire o piuttosto di traudire gli antesignani delle vere e proprie parole papà babbo e mamma; illusione in cui s’innesta l’altra, sulla priorità delle due prime voci rispetto alla terza e viceversa (ha detto prima mamma! ha detto prima papà!).
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Che se poi, molto prima che spunti il primo dentino, esce un cotal suono come dentale (tata), allora anche la Tata o bambinaia vorrà vendicare il suo primato.
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Ma venendo al punto, il purismo sfatò papà siccome francese (papà da papa, come casinò da casino) e pertanto augurò nerbate a chi dicesse papà anzi che babbo.
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Ora è vero che Pinocchio, l’archetipo dei bambini italiani, dice sempre e soltanto babbo o babbino; ma lasciando che la stessa Toscana, e più precisamente una parte della Lucchesia, conosce papà o pappà (usati anche senza l’articolo: «l’ho detto a pappà»): una volta ammesso, com’e da ammettere, che codeste voci sono onomatopeiche, cioè spontanee e non riflesse, come può cadervi idea di puro o d’impuro, di nostrano o forestiero?
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Questo fu l’abbaglio degli avversari di papà, disposti a strozzare fin nella culla, che niente ne sa, l’idra del gallicismo.
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Bene dunque il Pascoli prima e poi il Panzini seguitato dai moderni grammatici difendono «papà» come voce della «lingua universale», per se stessa mossa, quale non conosce confini, e che del resto, volendola storicizzare, attraverso il francese si riconnette col greco pàppas, voce infantile per Padre, da cui si è fatto il nome Papa.
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La stessa indulgenza non è però da usare con mamma evidente calco di maman, di cui l’italiano, che per giunta ha in uggia le tronche, non ha bisogno, bastandogli Mamma. e nondimeno mammà e lo stesso maman usato dal Manzoni nelle Lettere possono avere un loro colorito stilistico che resiste agli scherni.
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Al gusto, all’ambiente linguistico del genitore è dunque rimessa la scelta fra le due educazioni: quella a dire babbo e quella a dire papà; termini entrambi dolci, ma certo il primo più italiano, più sodo, meno morfologicamente elementare, meno lezioso (o altrimenti lezioso, almeno a nordiche orecchie) del secondo; il quale manca al Tommaseo-Bellini.
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Poiché non siamo linguisticamente uni, ciascuno sente il comico nella parola dell’altro e il serio nella propria: se al Nord babbo sa di fiorentinesco e i comici del varietà ne fanno lazzi dimenando le gote, a Firenze papà pute di buzzurro.
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Babbo, papà, mamma come anche gli alterati figliuolo e figliuola sono, in certo senso, nomi infortunati (infortunati dalla tenerezza), sicché, quando siano preceduti, come avviene loro spesso, da un possessivo, conservano rigorosamente l’articolo determinato: il mio babbo, la mia mamma, il nostro figliuolo (e non mio babbo, mia mamma ecc.).
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Gli altri nomi di parentela preceduti dal possessivo possono invece rigettare l’articolo nel numero del meno: mio padre, mia madre, mia sorella, mia cognata, mio zio ecc., ma solo a patto che non siano alterati seguiti da un aggettivo, ché in tal caso hanno anch’essi bisogno dell’articolo (il mio cuginetto, la mia nonnina, il mio padre amoroso).
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E diciamo «possono», perché nessuna regola è meno perentoria di questa.
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Quegli stessi che l’hanno posta, soggiungono che quando sia necessario esprimere con più forza il concetto o si parli in senso metaforico, allora l’articolo è omesso, di che fanno fede l’esempio di Dante («La mia sorella, che tra bella e buona Non so qual fosse più») e quel del Tasso («La vite s’avviticchia al suo marito»).
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incorrono in biasimo da matita turchina quanti dicono: il mio fratello, la mia sorella, il mio marito.
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A guardar bene quella regola si stringe addosso ai soli Padre e Madre, ma non così che non ci passino in mezzo esempi in contrario di Dante, Boccaccio e Alfieri («Il mio padre chiamavasi Antonio Alfieri»).
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E allora?
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Poiché non si può negare a nessuno, sebbene parli in prosa, l’animus poetandi, si può concludere che l’articolo coi nomi di parentela preceduti dal possessivo non è mai, in nessun caso, errore grave, e che la questione del mettercelo o no sia da lasciare all’istinto del parlante.
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Ora però prevale la tendenza contraria, che è di elidere davanti ai più teneri nomi di parentela ora l’articolo (di che è già un esempio nel Pascoli: «Tuo babbo t’aiuti»), ora il possessivo (Da’ un bacio alla mamma, intendendosi la mia), ora l’uno e l’altro insieme, lasciando regnare la parola nella sua forza nuda (ecco mamma).
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Ma la doppia elisione davanti alla parola Mamma è da fare con qualche prudenza e preferibilmente soltanto in famiglia, cioè tra persone per cui la mamma è inequivocabilmente una.
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Con gli estranei, e specialmente con fidanzati e corteggiatori, codeste forme assolute sanno d’imposizione.
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Da troppe di queste «mamme» così accomunate fra diversi per affettuosa brevità di dettato, mamme antonomastiche, traluce il fato che della Suocera.
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Leo Pestelli

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