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Galanterie che cambiano

Language columnQuestioni della lingua italiana
AuthorLeo Pestelli
Date 20 agosto 1975


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«Solo tre parole» come diceva in vecchia canzonetta Tre parole che analizzate a dovere fanno affluire tutto in un a volta, il soggetto idoneo, il così detto e ormai favoloso «sentimento della lingua».
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Discorrere, che quassù da noi si sente poco, tra i sinonimi di Parlare ha un suo peculiare valore, ben rilevato in Toscana dove genera una quantità di modi: par che discorra!
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(di ritratto somigliante e anche d’animale sull’orlo dell’affabile), i morti non discorrono (canone «giallo»), fa per discorrere, discorrono bene! e altri ancora.
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Mentre parlare si può anche dicendo due parole e da soli (porca miseria!), discorrere è eminentemente sociale: presuppone un interlocutore ed un parlare di più cose, per capi, scorrendo sopra di esse.
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Nella pratica giornaliera, è il verbo che denota l’atto più frequente, ché il vero conversare, nell’accezione moderna, è di pochi, e di pochissimi il ragionare (salvo che in riva d’Arno, dove per beatissima illusione Ragionare è preso assolutamente per Parlare; con quell’uomo non ci si ragiona).
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Resta il semplice chiacchierare: e questo , nella sua spensierataggine, fa seria concorrenza a Discorrere.
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Ma veniamo al punto.
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Domanda un lettore se sia vero che in alcuna parte d’Italia il verbo Discorrere faccia (o facesse) l’ufficio di Amoreggiare.
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Via quei malaugurosi congiuntivi.
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Quella parte è la parte linguisticamente migliore, dove l’idiotismo regge ancora (almeno si spera) all’ondata unitaria.
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Fra i molti sinonimi di «fare all’amore», questo del discorrere è il più eufemistico gentile e istruttivo in una volta.
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il Manzoni se lo lasciò scappare nella redazione «risciacquata» del suo romanzo: «il giovane che mi discorreva, lo prendevo io di mia volontà» (così Lucia nel Cap. IX).
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Il Petrocchi, e s’intende, lo registra con cura speciale: una volta si discorrevano, ma poi si son guastati: so che ci discorreva.
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Con maggiore estensione (tanto è sacro il vincolo della parola) si prendeva anche per «essere fidanzati».
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Oggi che in amore i fatti spesso precedono le parole o addirittura ne fan di meno, quest’uso figurato di Discorrere tanto più colpisce per la sua spiritualità.
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Genitori solleciti delle loro figliuole non possono più riposare sull’antemurale del Discorrere.
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Non importa.
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La metafora è semanticamente distrutta, ma il linguista la ricorda e l’ammira, riconoscendovi una delle tante moralità di cui è generoso lo studio della lingua appena un po’ approfondito.
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Che la fraseologia galante sia radicalmente mutata, comprova anche il lieve ridicolo che circonfonde la parola Fidanzato e il correlativo sormontare della fortuna di Ragazzo (il mio ragazzo, la mia ragazza).
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Sebbene la considerazione etimologica non sia per norma sicura al parlare bene o chiaro (che è lo stesso), tuttavia Ragazzo, che in antico si prendeva per Servo, o che ci venga dal greco rhake, «veste lacera» o dal dialettale ragar «tosare» (il che spiegherebbe il passaggio di senso da Servo a Giovane), è di quelle parole che con espressione di moda si possono qualificare «sporche», siccome certe Giunte o certi tiri o passaggi di calciatori, cioè a dire spurie o torbide, come quella che in effetto esprime più volontà di dominio che non affetto.
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E torbidissima ci pare si faccia quando risuona, e risuona quasi sempre, in bocca a manager e allenatori sportivi, ai quali, anche giovani o giovanissimi, i giocatori sogliono configurarsi paternamente come «ragazzi», ora coll’affettuoso possessivo (i miei ragazzi), sprigionandosi, donde uno meno se l’aspetterebbe, un sentore di harem
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La terza parola da cui si può trarre proficua lezione, è l’usualissima Epoca, la quale, rimanendo immutata, può sonare sincera o falsa secondo che la diciamo come italiani o come franceseggianti.
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Esempio del primo caso: all’epoca del diluvio, non c’ero; secondo: all’epoca che non portavo i baffi.
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E anche qui l’etimologia illumina.
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La Matrice greca epoché, da epéchein, «trattenere», val quanto «sospensione, fermata».
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Dunque Epoca esclude l’idea di durata ma al contrario significa un punto di tempo memorabile, a cui finisce un ordine di fatti e donde uno nuovo ne comincia: l’epoca dei Guelfi e dei Ghibellini; l’epoca della bomba atomica.
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Tanto è vero che epoca è un punto, che di fatto notevole susa dire per iperbole fa epoca; e anche si dice così di cosa da poco, ma allora per celia (i tacchi a spillo fecero epoca).
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Sconcio gallicismo, dice un severissimo, e invece usarlo per Tempo qualunque o anche per un determinato periodo di tempo che non abbia nulla di memorabile: l'epoca degli esami o della vendemmia o del parto o delle bagnature ecc.; e peggio che mai per Occasione: all'epoca del mio matrimonio avrai i confetti.
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Metti tempo, incalza quel tale, e avrai detto Italianamente. 
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Nell'uso d'oggi epoca ed époque si sono allegramente confuse in una parola sola dalle sterminate applicazioni, tanto che la nostra si potrebbe dire «l'epoca delle epoche».
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Forse non c'è un altro francesismo più esaltato di questo; esaltato (o crocifisso, secondo i pareri) più in alto, siccome testata, con pura significazione astratta di tempo in assoluto.
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Leo Pestelli

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