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La vertigine dei sinonimi

Language columnQuestioni della lingua italiana
AuthorLeo Pestelli
Date 18 maggio 1973


[1]
Cadono le stelle in cielo, casca un oggetto a terra; si colgono (e non raccolgono) ciliegie
[2]
Il collega Satta ha notato osservi una famiglia di verbi «trascurati», ai quali l’Uso colto ne preferisce altri di senso affine, ma più rispondenti, in genere, all’idea di signorilità.
[3]
Se ne fa insomma una questione di tono; e così, per citare un esempio che è sugli occhi di tutti, la Televisione, dopoché fu fatta capace che i pulsanti dei suoi giochi non si schiacciano (Schiacciare importa una tal quale deformazione dell’oggetto schiacciato), ma si premono, di buon grado accolse Premere, ma quello soltanto: di Pigiare, che significando pressione più lunga (quale appunto fanno gli affannati concorrenti) sarebbe il proprio, non avrebbe mai voluto sapere, giudicandola voce bassa, strana ai più fuorché nell’avverbiale pigia pigia e, quel ch’è peggio di tutto, di netto sapore toscano.
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Ugualmente disfavoriti (continua il linguista), nel linguaggio letterario-protocollare che ci rimpastiamo, sono Cascare rispetto a Cadere, Scappare rispetto a Fuggire, Arrivare rispetto a Giungere, Buttare rispetto a Gettare, Rammentare rispetto a Ricordare; e la discriminazione tra il fine e il men fine procede con tanto metodo che persino nell’accezione erotica, sotto il diluviare delle parolacce, Prendere prevale su Pigliare e anzi lo discaccia, in tanto che lo stesso bruto non piglia mai (ohibò) una donna, ma sempre la prende.
[5]
Tutto ciò è sconfortante: perché che cosa ha a vedere, nella scelta d’una parola, il suo tono così in assoluto?
[6]
Che cosa vuol dire ch’essa sia signorile, di buon gusto, intesa dal maggior numero, o per converso brusca, plebea, regionale, quando il porro unum è che sia propria, che risponda, per una sorta di fatalità, alla situazione specifica in cui deve essere pronunziata? quando lo studio dei sinonimi è quella gran cosa che è, appunto perché dissolve l’illusione che si diano parole uguali e intercambiabili?
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Cade mobile che scenda dall’alto, cadono o sembrano cadere le stelle in cielo; ma oggetto che cadendo urti in altro e faccia rumore, casca.
[8]
Anche nel figurato, il cascar delle braccia, come più materiale, denota più scoraggiamento del semplice cadere.
[9]
Dante in soli due versi scolpisce la differenza: «Allor gli fu l’orgoglio caduto, Che si lasciò cascar l’uncino a’ piedi».
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Da Raccogliere si dipartono tre sinonimie.
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La prima è rispetto a Cogliere.
[12]
Il dotto antiquario Lanzi, a una contadinella toscana che andava cogliendo ciliegie, non si peritò di domandare: «Per chi le raccogliete voi?»; e s’ebbe la sua: «Io non raccolgo, colgo».
[13]
Infatti si raccoglie da terra, ma dagli alberi si coglie.
[14]
La seconda è rispetto ad Accogliere.
[15]
Si raccolgono in casa propria, ad ospizio, vagabondi, indigenti, donnette di passo; vi si accolgono anche i ricchi, i grandi della terra.
[16]
La terza è rispetto a Raccattare, che è una maniera di raccogliere cercando con cura cosa caduta o smarrita.
[17]
Un foglio si raccoglie; più monete sparpagliate si raccattano; nel traslato, il ciarlone raccatta di quelle notizie che altri non degnerebbe di raccogliere.
[18]
E poiché s’è detto che l’abate Lanzi si ebbe quella tal risposta, ora aggiungeremo che ci restò male.
[19]
Restare denotando tempo men luogo che Rimanere, non sostiene l’ellissi come invece fa l’altro (io rimango! son rimasto!), ma gli ci vuole un compimento: restar male, restar , restare stupefatto e sim.
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Anche quand’è accompagnato, come «rimanere sul colpo, rimanere stecchito». ognun vede che Rimanere è più definitivo che Restare, che quando si vuol fare un complimento alla salma d’un defunto per ingraziarsene gli eredi, si dovrà dire: com’è rimasto bene!
[21]
(non restato).
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Ci scrisse tempo fa una lettrice che una sua amica (che forse era lei medesima, questi sdoppiamenti si fanno anche fuor di letteratura), essendo stata lasciata o abbandonata dal suo amico dopo tanti anni, avrebbe forse tratto conforto dal conoscere, se c’era, la differenza tra quei due verbi.
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Rispondemmo che c’era .
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Ma ecco il testo «Se l’amico della sua amica nell’andarsene, le lasciò lettera, dono o altro segno di riguardo, se poi addirittura l’avesse economicamente rimpannucciata (come taluni fanno), allora l’idea di abbandono non cadrebbe, e lasciata è la parola propria. La frase antica lasciare in abbandono (Boccaccio, Caro e altri) ci guida a capire che Abbandonare è più determinato e perciò più forte di Lasciare. Un padre lascia i figliuoli poveri; può non averne colpa. L’ha invece, e molta, il marito che abbandona la moglie per seguire la femmina altrui, o anche soltanto perché ne è stufo e vuole troncarla con lei. Tocca all’interessata, preso lume dalle circostanze, di stabilire se sia stata lasciata o abbandonata, e quindi regolarsi in conformità, sperando o disperando.
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«Ma anche le donne non canzonano; e il Tommaseo, che sentiva altrettanto avanti nella psiche femminile quando nella scienza dei sinonimi, distingue le donne incostanti che lasciano gli uomini per timore d’essere abbandonate, e le men buone o infedeli che abbandonano per timore d’essere lasciate: distinzione di vertiginosa finezza, sotto cui vaneggiano abissi di romanzo. Giri queste osservazioni alla Sua amica, rammentandole che lo studio delle proprietà di lingua, perciò che aiuta a vedere le cose in faccia, è terapia efficace nel dolore. Voglia gradire eccetera eccetera».
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Leo Pestelli

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