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Il cruccio degli zoofili

Language columnQuestioni della lingua italiana
AuthorLeo Pestelli
Date 18 aprile 1973
NewspaperLa Stampa
Publication placeTorino
Publication countryItalia
Page3
Column3-6


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I nomi degli animali, in massima parte, sono soltanto o maschili o femminili: una mosca maschio, la femmina dello storione Esistono diverse giubilazioni, guai a drammatizzarle.
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Secondo il barnabita Corticelli, l’italiano ha cinque generi: maschile (uomo), femminile (donna), comune (grande), neutro (giusto), promiscuo o confuso (anguilla).
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Ma noi moderni, più discreti, facciamo con soli due: maschile e femminile.
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Tuttavia lo spettro del genere confuso crucia gli zoofili, che vorrebbero poter nominare distintamente, secondo il sesso, tutti gli animali.
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È poca consolazione che si possa dire cavallo-cavalla, asino-asina, leone-leonessa e così via per altri relativamente pochi nomi d’animali, quando la massima parte di essi, e tutti i pesci gli insetti i molluschi gli aracnidi i crostacei i vermi e i rettili (a non tener conto delle forme celianti gamberessa, camaleontessa, scarafaggessa ecc.), sono soltanto o maschili o femminili, ossia d’un solo genere per ambi i sessi, dicendosi allora promiscui o, grecamente, epicèni.
[6]
Non rileva che in antico si trovi il tigre o il lepre, perché anche così non si esce dal promiscuo (il tigre maschio, il tigre femmina); come non rileva, presso gli intendenti, la desinenza -one di aquilone o civettone o cimicione, perché questi sono i giusti accrescitivi di Aquila Civetta e Cimice, e a specificarne il sesso occorre un’aggiunta: «due civettoni maschi» (G. Gozzi.), «l’aquilone padre» (Bresciani).
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aiuta punto che alcione sia più spesso maschile in italiano e femminile in latino: in ogni caso è nome promiscuo.
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È dunque necessario coniare una serie pressoché infinita di giustapposti mediante l’aggiunto maschio e femmina, cosa avvilente per gli amici degli animali e fastidiosa ai grammatici, che consigliano, come più italiano, di anteporre l’aggiunto, e dire: la femmina dello storione e il maschio della zanzara, anziché storione femmina e zanzara maschio.
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Si osserverà che di certi animali, o perché troppo piccoli o perché piccoli e repellenti insieme (pidocchi, cimici ecc.), importa poco stabilire il sesso: ma questo è vero (e non sempre) per l’uomo della strada, non per lo scienziato che avverte la lacuna e vorrebbe dire, fuor di chiasso, e non solo di donna, topa e topina, e non può.
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La concordanza
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Una minuzia.
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Si trova talvolta, anche in buoni testi, l’aggiunto maschio concordato in genere col nome femminile precedente: una mosca maschia.
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L’eufonia ragione a questa concordanza; il lessico no: perché dicendo a quel modo si potrebbe credere (se il lettore ci scusa) che si voglia determinare la psicologia e non il sesso di quell’animaletto, e insomma significare una mosca femmina bensì, ma traente per indole al maschile.
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Occorre ingoiare il boccone tutt’intero, senza velleità flessionali: una mosca maschio.
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*Domanda sennata d’un lettore: perché l’aggettivo participiale giubilato (connesso a Giubilo, gioia) si dica oggi in senso agrodolce d’impiegato collocato a riposo, e in mal senso di marito o amante messo in disparte.
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Delle due vie per raccapezzarsi nell’evoluzione semantica di questa parola, la più diritta è di sentirci l’influenza di giubilèo come voce primitiva, significante prima nella legge mosaica e poi nella chiesa cattolica solennità speciale, indetta a suon di tromba (l’ebraico jobel), per la remissione delle colpe.
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Ora prendiamo l’impiegato destituito dai servizi con beneficio di pensione.
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«Non perché il salario senza l’opera sia giubilo all’anima e neanche al corpo (nota il Tommaseo); ma per memoria del giubileo, c’era anno di riposo e di remissione; e perché giubileo sul dirsi il compimento di cinquant’anni passati in una medesima condizione di vita», gli si potrà dire, senz’offesa, giubilato.
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Del resto non è necessario ripudiare l’altra ascendenza del latino jubilum (giubilo).
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Sebbene da noi giubili anche il taciturno, questa voce, etimologicamente considerata (rustico grido di gioia), importa certo idea di rumore e di festa.
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Rumore e festa non mancano di farsi intorno a impiegati o funzionari giubilati (o più italianamente riposati); una cena, una medaglia, un discorso.
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Una festicciola
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È una giornatina, quella del pensionamento, culminante ma tragica per il vuoto che si reca appresso, e molto simile al « del mortoro» così compendiato dal Davanzati: «uno stratto di tutta la vita del morto; poi non se ne parla più»; ma alla lingua, che non è psicologia, importa poco di sapere come il giubilato si sente dentro; gli basta quel culmine, la festicciola che gli si fa, per riattaccarsi al lat. jubilare, «gridare, far chiasso».
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E poi adagio a drammatizzare o a crepuscolarizzare la figura del pensionato; non pochi dei quali, per recenti provvidenze, se la passano allegramente, fanno le fiche ai vecchi datori di lavoro, dànno ragione all’etimologia.
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Dalla quale non si dilungano troppo neppure quei mariti, quegli amanti, quei servi d’amore, che dalla giubilazione traggono sollievo.
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Leo Pestelli

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