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La fortuna di Cotesto

Language columnQuestioni della lingua italiana
AuthorLeo Pestelli
Date 17 ottobre 1973
NewspaperLa Stampa
Publication placeTorino
Publication countryItalia
Page3
Column2-5


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È gran tempo che osserviamo in silenzio la fortuna del pronome dimostrativo locale di seconda persona Cotesto (o in forma raddolcita Codesto Codesta); e purtroppo dobbiamo dire che, salvo che in Toscana dove Cotesto ancora resiste e anzi sgalletta (il che non gli giova, derivandone taccia di fiorentinismo), essa va declinando sempre più.
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Quando si ode dire, invariabilmente; càmbiati quella camicia, lèvati quell’anello; e da un capo all’altro della tavola: dammi quel sale; quasi che camicia anello e sale siano sospesi agli alberi, lontano dalla persona a cui si parla; che cosa ci vuole a concludere che Codesto Codesta siano per uscire, se non sono già usciti, dal sentimento linguistico comune?
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Eppure i grammatici, avendo riguardo all’uso dei buoni secoli, avevano distinto bene, secondo le tre persone, così: Questo, per indicare cosa prossima a chi parla (questo piede mi duole); Cotesto per indicare cosa prossima a chi ascolta (lascia cotesto pensiero); Quello, per indicare cosa terza e non prossima ai parlanti (quella donna mi piace).
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Le radici latine
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Si avevano in tal modo dimostrativi locali di prima, di seconda e di terza persona; corrispondenti ai latini hic haec hoc, iste ista istud, ille illa illud: onde proprissimamente, ai buoni tempi, si sarebbe detto: càmbiati cotesta camicia, lèvati cotesto anello, e ove la saliera fosse stata dalle parti di chi ascoltava, dammi codesto sale.
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Perché dunque, rimanendo in arcioni Questo e Quello, soltanto Cotesto, altrettanto necessario quanto gli altri, va in disuso, dando luogo a un manifesto caso di libertinaggio grammaticale: quello e cotesto per me pari sono?
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La disgrazia di questo pronome è forse uscita dall’erosione stilistica che cominciarono a farne i classici in favore degli altri due, sempre però a ragion veduta e con arte finissima.
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Quando Dante fa dire a Catone «Qual negligenza, quale stare è questo?» (che non è già suo, ma delle anime purganti), quel portentoso fondatore della nostra lingua antivedeva anzi istituiva l’eccezione posta dal Fornaciari «Quando la cosa che si trova presso la seconda persona si vuol risguardare in se stessa senza porre in rilievo la persona medesima, può qualificarsi anche coi pronomi dimostrativi di prima e di terza persona. Puzzerebbe anzi daffettazione (ed ecco il principio della fine per il povero Cotesto) l’usare sempre il cotesto tutte le volte che una cosa è vicina alla seconda persona».
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In Boccaccio infatti, supremo maestro di questa materia, ha: «Calandrino che viso e quello? è par che tu sia morto», dove Nello che parla, mostrando meraviglia della pallidezza di C., considera il viso come separato dalla persona.
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E così nella novella dello scolare (poiché lo stesso discorso vale per gli avverbi locali Qui Costi ), il lavoratore che sente piangere in cima alla torre, e non sa da chi, dice bene, in caso obliquo, «chi piange lassù?»; ma poi, messa in fuoco la sua padrona, e «zumando» su lei, dice altrettanto bene, anzi nella sola maniera buona: «chi vi portò costassù».
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Ma in troppi altri casi il regolare Cotesto non dovrebbe cedere le sue ragioni, anche perché torna utile a impedire l’equivoco.
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«Dammi quella penna» non fa capire se devo dare la penna che ho in mano o quella ch’è sulla tavola; «dammi quella lettera» non dipinge il geloso così addosso alla sua vittima.
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Specialmente fra coniugi, usi a questionare per inezie, la distinzione Questo Codesto Quello fa trovare in una moltitudine di oggetti sparsi l’oggetto giusto, che appuntamenti e treni non si perdono.
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Viceversa anche nell’uso famigliare è consentita la licenza stilistica «non fare quella faccina», sia perché equivoco di appartenenza qui non può cadere, sia perché quella, come s’è visto, assorbe l’individuo nella faccia, facendola campeggiare.
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Solo a sproposito
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Curioso poi che mentre si tralascia questo pronome nei casi necessari, tacciandolo di affettazione toscana, il poco uso che ancora se ne fa sia per lo più superfluo, leziosetto e talvolta spropositato; intendiamo il «cotesto», caro agli oratori e al «paglietta», usato per indicare cosa o concetto significato poco prima o poco appresso («cotesto è da vedere»), il quale nove volte su dieci può essere benissimo surrogato con Questo, perdendosene appena quel tanto di cattedratico che peraltro spiega la sua fortuna.
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Pure, anche in quest’ufficio di ripresa, Cotesto serba caratteristiche sue proprie, segna una sfumatura di distacco tra la cosa, pur vicina al nostro pensiero, e noi che la guardiamo più di lontano.
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«Questo mangiare è una schifezza. In cotesto modo non si va più avanti» Nel «cotesto» spunta la responsabilità della cuoca.
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E fa parte del galateo dello scrittore, segnatamente toscano, il dire Cotesto, invece che Questo o Quello, quando la cosa di cui si parla è in certo modo accostata a chi legge e fatta sua: «in cotesta casa viveva»; «costì diceva bene Aristotele»: un «cotesta» e un «costì» che segnano la sovranità locale del lettore.
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V’è dunque un Cotesto letterario che non ha regole precise, e un Cotesto grammaticale, che invece le ha, determinate dalla posizione della cosa rispetto alla persona.
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Ma in nessun caso si userà di questo pronome semplicemente per empirsene la bocca, come fanno talvolta i meridionali quando rompono nell’assurdo: mi fa male cotesto muscolo qui.
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Pochissimi, anche fra i pochi che ancora usano decentemente il dimostrativo locale di seconda persona, sanno mandare insieme i due usi con la finezza del Padre Segneri: «Ah, cristiani, e non è cotesta pazzia solennissima, far tanto conto d’un uomo che è come voi?».
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Non si tratta soltanto di enfasi: se avesse detto questa, egli stesso, il predicatore, si sarebbe attribuito quella pazzia.
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Ma veramente, nel tenore della lingua d’oggi di cui ci piace citare quest’esempio fra i più miti: «Lo show (che avverrà in un prestigioso teatro della città, il cui nome però è ancora top secret) sarà animato oltre che dalla Minnelli, da altre stars di grande prestigio»; in codesto tenore non si vede come una forma dotta e ragionata quale Cotesto, geniale fusione del latino eccu(m) tibi istum, cavata dal fondo comune dell’italiano antico, possa ancora trovar luogo, o trovandovelo, non provocareun impatto traumatizzante.
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Leo Pestelli

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