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Portiamo l’ombrello

Language columnQuestioni della lingua italiana
AuthorLeo Pestelli
Date 17 agosto 1976
NewspaperLa Stampa
Publication placeTorino
Publication countryItalia
Page3
Column5-7


[1]
Ombrello paracqua parapioggia?
[2]
La questione, che mise già a rumore il campo dei puristi, una vera «ombrellomachia» che lasciò il terreno sparso di stecche e le cose come stavano, oggi non si dibatte più; e i due sinonimi, già tacciati di dialettismo (e il secondo, un calco del francese parapluie) sono lasciati vivere in pace, specie nell’Italia del nord dove tendono a prevalere.
[3]
Va però ribadito che l’italianissima voce Ombrello, miracolosamente sopravvissuta, insieme coll’oggetto che rappresenta, alla rivoluzione tecnologica, è da preferire alle altre; e ciò nonostante la sua nota viziatura etimologica, da che s’accese quella vecchia disputa.
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Posto che Ombrello, dal latino tardo umbrella, rifacimento del lat. classico umbella.
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Ombrellino, deriva da umbra, Ombra, è sempre parso e pare a tutti gli antiombrellisti, che sia incongruo designare quell’arnese che serve precipuamente a ripararci dalla pioggia o dalla neve, con una voce connessa a ombra: connessione la quale fa che, preso alla lettera, Ombrello sia propriamente l’arnese che serve a ripararci dal sole.
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Avesse avuto ragione il Fanfani, uno dei fautori dell’Ombrello, quando nel vivo della polemica, saltò su a sostenere che non umbra, ma il greco ombros, che vale imber, pioggia era l’etimo vero, le cose si sarebbero accomodate; ma la sua fu un’alzata d’ingegno solitaria che non trovò credito, e a tutt’oggi l’etimologia accertata resta l’altra, da Ombra.
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Contro tal voce che per via del tema intacca nell’equivoco, è innegabile che Paracqua Parapioggia Parapiova, tuttoché rimediati e provinciali, hanno il vantaggio di portare con la loro univoca spiegazione.
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Nostre indagini svolte a Torino ci accertano che Ombrello è in calo rispetto a Paracqua, specie fra le signore che amano parlare positivo dove ci si vede dentro.
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Ora bisogna badare alle etimologie, ma non al punto di rendersene schiavi.
[10]
Nella definizione dell’Ombrello diè il Carena (una delle più belle che si conoscono): «quell’arnese da potersi allargare in forma di cupoletta, per lo più di seta, rafforzata con stecche, e portatile in mano con una mazza fermata nel centro: ad uso di ripararsi dal sole, la pioggia, la neve»; erano già elementi per un compromesso semantico: ad uso di ripararsi il sole, la pioggia, la neve, dove è accennata la molteplicità degli usi.
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Variando il cielo sopra di noi, sotto un medesimo ombrello possiamo ripararci da tutto quel che ci pare.
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Fatto è che i Toscani non si lasciarono strappare l’ombrello, ma lo diminuirono in Ombrellino, ora con un valore vezzeggiativo di Ombrello, come carino e sim., ora con valore di diminutivo positivato, accompagnato con altre voci che indichino l’uso a cui serve: ombrellino da sole, ombrellino della comunione.
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Ma per brevità, anche Ombrellino soltanto stette a significare, quando non troppo grande, l’ombrello da sole o parasole.
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Portata la lite in Cassazione, cioè al giudizio del Tommaseo, è incredibile come Paracqua e Parapioggia dovessero abbassare la cresta.
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L’inconsiderazione di queste voci consiste in ciò: che Parere non è Riparare.
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Parare un colpo è opporgli tal corpo o tal forza, che non colga l’oggetto; riparare, oltreché ha usi più generali, denota un più pieno servizio che parare.
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Si può in una mischia parare un colpo, non però ripararsi dalla mischia.
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E con dolcezza inusitata in lui, concludeva quel portentoso scrutinatore di vocaboli: «parapioggia e paracqua non sono da battere col povero Ombrello, sebbene a riparare dalla pioggia non ci voglia ombra. Ma appunto perché quest’arnese ripara e non para, attenghiamoci al nome vecchio, contenendo anche il nuovo una piccola improprietà (il parare per riparare), e avendo forma straniera; tanto più che l’ombrello, nonché l’ombrellino, può non solo difenderci dalla pioggia, ma anche dal sole».
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Si può insomma parare coll’ombrello una buccia di cocomero; ma l’acqua, specie l’acqua consolata che lo inzuppa, la si ripara.
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Non furono invece mai oggetto di contestazione i derivati ombrellaio (chi li fa e li vende), ombrellata (colpo dato coll’ombrello chiuso; e anche aperto, se per caso colla punta d’una stecca si urti in un occhio o dovecchessia), posambrelli (l’arnese su cui si fanno sgocciolare, detto men bene portaombrelli) e ombrelliere (chi per ufficio regge l’ombrello a grandi personaggi), voce oggi disusata, ma che potrebbe ripigliare per quegli umili lavoratori del braccio, poco e mal tutelati anche linguisticamente, che dinanzi ai ritrovi eleganti e nei parcheggi riparano l’acqua alla clientela; professionisti dell’Ombrello cui è dedicata questa nota in difesa d’una parola inalienabile dal nostro patrimonio linguistico.
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Leo Pestelli

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