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I ripieni possono essere utili se usati a proposito; non mai quando diventano una usualità. Che ne è del famigerato «Lo», pronome neutro, ripigliatore del nome (è tonto o lo fa?), del verbo e anche di un'intera proposizione (coloro che lusingano i gobbi, lo fanno per scaramanzia)? Infuria; e appunto l'Uso l'ha inchiodato per modo che nessuno lo svelle più.
Orbene questo Lo, che il Settembrini suppose spagnolesco e Prospero Viani, per umore antipuristico, difese a spada tratta, otto volte su dieci è superfluo (un paese che si dice cattolico e non lo è), potendosene far di meno senza scapito del senso e con vantaggio del nerbo sintattico. Sebbene, a esser giusti, non ne manchino esempi nei nostri classici (specie dal Cinquecento in là), e il Metastasio lo abbia addirittura fatto cantare («Che vi sia, ciascun lo dice, / Dove sia nessun lo sa») e lo stesso Alfieri se ne macchiasse («...intera aprirti / L'alma pria d'or, mai nol potea»), fatto è che nei secoli d'oro è raro incontrarlo.
Rifacciamoci l'orecchio: «Sì, ho» (Dante); «Certo, sì, sai» (Boccaccio); «Non avestù la torta? — Messer sì, ebbi» (Cento Novelle); «Non farai. — Si, farò» (Sacchetti), potendosi continuare sino al Machiavelli, impazientissimo sempre d'ogni ritardo: «È capitani mercenari, o sono uomini eccellenti, o no: se sono, non te ne puoi fidare»: dove, secondo l’acuta osservazione del Barbi, l’omissione del pronome deriva sempre dal fatto che la cosa rap-presentata dalla parola omessa è ancora ben presente alla mente. Se vi pare un grande sforzo di sintassi il rinunciare a tutti i lo che uno scrittore d'oggi, in questo caso scrittorello, intruderebbe nei luoghi citati (Sì, l'ho; Sì, lo so; Sì, lo farò; se non lo sono ecc.), allora vuol dire che siamo mal conci, come in effetto siamo non sapendo distinguere il buono dal cattivo e anzi mettendo il cattivo (tu sei saggia e io non lo sono) in luogo del buono (tu sei saggia e io non sono). Oh bella speditezza del Buti, quando ti fai rimpiangere! «Le donne sono più bianche che li omini e, se non sono, si fanno». D’altra parte questa particella spesse volte è necessaria alla chiarezza; e il molto chiasso che si fece dai pedanti a proposito dei non pochi «lo» dei Promessi Sposi, fu sedato, esempio per esempio (quasi tutti difendibili); dal manzoniano D'Ovidio, il quale a ragione concludeva «che se può esser lodevole adoperar con parsimonia una forma che non è del più schietto sapore classico, è ridicolo che si mano-mettano le più elementari qualità dello stile per ischivarla». Il guaio nostro è che di quella «parsimonia» oggi non vogliamo più sapere, e che il «lo» ripigliatore, necessario o no, è tenuto da tutti come un articolo di fede grammaticale.
Leo Pestelli
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