Powered by <TEI:TOK>Maarten Janssen, 2014-
C’è chi ha subito pizzicato «la giungla retributiva», antivedendovi una di quelle espressioni figurate (come braccio di ferro, varare il pacchetto e tante altre) che hanno cera di stabilirsi e durare.
Veramente è metafora tutt’altro che nuova. Un film annoso s’intitola Giungla d’asfalto; e il Dizionario del Battaglia, sempre longanime, ne fa oggetto, senza nominarlo, di un comma particolare. Essa è presa a denotare «luogo inospitale e malsicuro, ambiente di contrasti e insidie»: da che, primissimo fra gli esempi, la giungla degli affari.
Nel proprio, Giungla è «regione d’alti canneti, caratteristica dell’India tropicale», ed è il vocabolo inglese jungle, derivato a sua volta dall’indostano jangal, «boscaglia». La corretta forma italiana è «iungla», male «jungla». Al pari di Sciampo Pigiama Cachi Iuta Guttaperca Gincana Totem e altri anglismi spuri, è voce aggiogata al caro trionfale dell’imperialismo britannico; e come sono gli scrittori che danno forza alle parole, essa deve moltissimo a Kipling e, da noi, molto deve a Salgàri e ai suoi epigoni; lasciando poi dell’immensa efficacia divulgativa che il cinema, coi suoi «Tarzan», ha esercitato sui fanciulli e gl’indotti.
«Giungla» manca affatto al Tommaseo-Bellini (una di quelle mancanze che fanno più splendido quel lessico); e il Petrocchi la registra negl’ipogei del suo «Nòvo Dizionario Universale», tra le parole disusate: perché ai suoi tempi ancora sentita come tecnicismo geografico, inabile al traslato. Non così ai nostri, dove l’immagine della giungla (intrico groviglio), che già nel senso proprio era piaciuta a D’Annunzio («Io passo correndo, alenando, si come un giaguaro / famelico via sotto la iungla in caccia») e a Gozzano («giungono aromi dalla iungla in fiore»), risponde a capello alla concezione esistenzialistica della vita: sicché Gramsci nella gravità storica, Pavese e Moravia nel pessimismo sociale e Gadda nella scapigliatura filologica («la giungla degli indirizzi e delle omonimie»), ne hanno fatto largo uso.
Non dobbiamo far cattivo viso a questa metafora (o appena ne sconsiglieremo l’abuso), la quale per il suo tenore selvaggio rompe in poco la monotonia dei più recenti traslati geometrici (vertice base livello quadro, prendere le distanze o misure, parametro organigramma ecc.), che in verità rispondono meglio allo spirito scientifico tecnologico del secolo.
Benvenuta dunque, fra tante immagini gelate, la pittoresca Giungla coi suoi viluppi e le sue fiere; e si dica pure che la Borsa di Commercio, nei giorni di nervoso, è una giungla, o più complessivamente che la società civile tutta è una giungla dove per legge il forte divora il debole: ma sempre a patto che la parola conservi il suo valore d’immagine, il che non avviene più quando l’immagine stessa si acceca come una moneta troppo maneggiata, oppure è fatta piegare, e non una volta o due, ma quante volte si apre il giornale la mattina, a significazione burocratica. Tale è il caso della «giungla retributiva», dove l’aggiunto non facile guasta la figura, allo stesso modo, ma in termini rovesciati, che l’epiteto Palpitante (così caro al Foscolo e al Leopardi) è guastato dall’astratto Attualità nella frase fatta «una questione, un libro e sim. di palpitante attualità».
Leo Pestelli
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