Powered by <TEI:TOK>Maarten Janssen, 2014-
Si è letto che le delegate del Congresso romano delle Nubili hanno principiato dall’affermare l’esigenza che si smetta una buona volta e a tutti i «livelli», di chiamarle Zitelle. Concordiamo: ma senza per questo sciogliere le campane, giacché nessuna delle voci che hanno tratto allo stato della donna non maritata, sodisfa a pieno il sentimento femministico.
Nessun dubbio che zitella o il più raro zittella (ma in ogni caso, z sorda), e peggio ancora l’accrescitivo zitellona, come pure il derivato zitellonismo (coniato, ci pare, da Renato Serra), non abbiano non so che sfumatura canzonatoria, che basta a spiegare il loro disfavore presso le interessate. Dipenderà dall’etimologia, che non è nobile: deriva dal maschile zito che in antico valeva «uomo non sposato, fanciullo», e nel dialetto meridionale «fidanzato, sposo nel giorno delle nozze»; il qual zito (questo è il punto) è a sua volta di origine dialettale, variante dell’antico toscano citto, «bambino, ragazzo», accresciuto dal piemontese Faldella in cittone-cittona. Ma, sia detto per inciso, il piemontese cit. non è veramente quello stesso citto, gli somiglia soltanto: risulta da un alleggerimento di pcìt, derivato da un pecitto in cui incrociano il francese petit e l’italiano piccino.
Sta dunque che Zitella non è voce illustre. Ma ecco subito una piccola consolazione: accanto al femminile zitella, correva in antico, ed era più frequente, un maschile zitello (o zittello), col debito accrescitivo zitellone e lo stessissimo significato, ma rovesciato, che ha nel femminile, di «uomo non sposato». Le suscettibili zitelle moderne non sono dunque sole nella nostra lingua: la stessa voce valeva, e in teoria vale ancora, per i due sessi. Sicché l’uomo non ammogliato che ferisce di zitella la donna non maritata, di zitello può perire.
Lasciando fuori l’aurea soluzione Fanciulla («la verità morì fanciulla»), troppo poetica da servire alla vile prosa della vita, certamente Nubile, la voce ufficialmente richiesta dal Congresso, ha ben altri natali e altro suono che Zitella, essendo verbale dal lat. Nùbere «prender marito». Ma anche qui, non son tutte rose. A intendere il veleno, bisogna badare alla desinenza, che al pari di quella degli aggettivi verbali in -abile -ibile -evole denota atto da potersi o non potersi fare e, nel caso che trattiamo della nubile, fa sentire la speranza e quasi l’obbligo morale per essa nubile di nùbere.
Codesta voce (etimologicamente: da sposare) la lascia frollare in un’aspettazione che può non aver fine, come anche il suono cupo e lungo della u (nuuubile) lascia presentire. Facciamo pure trionfare Nubile su Zitella; ma rammentiamoci che nemmeno Nubile ci lascia interamente senza pensieri. La lingua che si è fatta ab antico risente in questo campo di vieti pregiudizi: indelebile, se qualcuno non ci mette riparo. La riprova è in ciò. Che le parole denotanti l’uomo sciolto da vincolo, non che umiliate, sono positive, allegre e sfidanti: imbevute di vecchia polemica misogina. Non sarà forse del tutto fantasiosa l’etimologia di Celibe connessa a Cielo: celibe, cioè per delizia di vita, abitante del cielo, celicolo. Ma certamente Scapolo, dal verbo Scapolare (lat. exvapulare, «liberarsi dal cappio, capulus») è aggettivo che dal senso di «libero, senza sopraccapo o soggezione» (anche i pensieri dello spensierato furon detti scapoli) trapassò – si noti la cattiveria – a quello di «non ammogiato», radicandovisi per buona derrata come sostantivo.
Dissonanza e ingiustizia sono palesi: di qua elegia, di là insolenza. Ma uno spiraglio si fa nel caro Petrocchi, che non determina se celibe sia dell’uomo soltanto. Spiraglio che si allarga nel Tommaseo-Bellini: «Celibe: del potersi dire di femmina avrebbe ragione chi lo derivasse dal greco “senza letto coniugale”». E deriviamolo, per dio santissimo; poniamo in cielo anche la donna sciolta, forti di un autorevole esempio del «Ciriffo Calvaneo»; «Vedova sempre stai, celibe e casta». Ma vorrà il Congresso tener conto di questa variante che va contro l’Uso?
Una questione che si avvicina a quella di sopra è l’alternanza Signorina-Signora, presi questi termini come equivalenti di Nubile e Maritata. Dopo i cinquanta o sessanta al massimo tale equivalenza sembra non reggere più. Regge benissimo nell’etimologia (signorina; vecchiarella), ma non nell’uso dei parlanti, che repugnano dal continuare a dire «signorina» a una quasi centenaria, sebbene si diano casi di matrimoni ultratardivi. Come si chiamerà dunque, in lingua societaria, la nubile attempata? Anche qui la storia della lingua insegna. Signora e Signorina non sono parole necessariamente legate allo stato civile della donna. Nella società inglese del Settecento, nei romanzi della Austen, anche una vergine diciottenne è detta «signora» (lady). Per converso, una maritata carina giovane e vezzosa poté esser detta dall’Alfieri signorina (piem. madamin).
Tagliò il nodo gordiano qualche tempo fa una sagace femminista: si cominci a chiamare «signorina» la donna nello stesso periodo in cui si comincia a chiare «signore» l’uomo: cioè, quand’è giovanissima; e si elimini (come è avvenuto del signorino) il signorina.
Leo Pestelli
Text view