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Chi di “zitella” ferisce

Language columnQuestioni della lingua italiana
AuthorLeo Pestelli
Date 14 settembre 1975


[1]
Si è letto che le delegate del Congresso romano delle Nubili hanno principiato dall’affermare l’esigenza che si smetta una buona volta e a tutti i «livelli», di chiamarle Zitelle.
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Concordiamo: ma senza per questo sciogliere le campane, giacché nessuna delle voci che hanno tratto allo stato della donna non maritata, sodisfa a pieno il sentimento femministico.
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Nessun dubbio che zitella o il più raro zittella (ma in ogni caso, z sorda), e peggio ancora l’accrescitivo zitellona, come pure il derivato zitellonismo (coniato, ci pare, da Renato Serra), non abbiano non so che sfumatura canzonatoria, che basta a spiegare il loro disfavore presso le interessate.
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Dipenderà dall’etimologia, che non è nobile: deriva dal maschile zito che in antico valeva «uomo non sposato, fanciullo», e nel dialetto meridionale «fidanzato, sposo nel giorno delle nozze»; il qual zito (questo è il punto) è a sua volta di origine dialettale, variante dell’antico toscano citto, «bambino, ragazzo», accresciuto dal piemontese Faldella in cittone-cittona.
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Ma, sia detto per inciso, il piemontese cit. non è veramente quello stesso citto, gli somiglia soltanto: risulta da un alleggerimento di pcìt, derivato da un pecitto in cui incrociano il francese petit e l’italiano piccino.
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Sta dunque che Zitella non è voce illustre.
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Ma ecco subito una piccola consolazione: accanto al femminile zitella, correva in antico, ed era più frequente, un maschile zitello (o zittello), col debito accrescitivo zitellone e lo stessissimo significato, ma rovesciato, che ha nel femminile, di «uomo non sposato».
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Le suscettibili zitelle moderne non sono dunque sole nella nostra lingua: la stessa voce valeva, e in teoria vale ancora, per i due sessi.
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Sicché l’uomo non ammogliato che ferisce di zitella la donna non maritata, di zitello può perire.
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Lasciando fuori l’aurea soluzione Fanciulla («la verità morì fanciulla»), troppo poetica da servire alla vile prosa della vita, certamente Nubile, la voce ufficialmente richiesta dal Congresso, ha ben altri natali e altro suono che Zitella, essendo verbale dal lat.
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Nùbere «prender marito».
[12]
Ma anche qui, non son tutte rose.
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A intendere il veleno, bisogna badare alla desinenza, che al pari di quella degli aggettivi verbali in -abile -ibile -evole denota atto da potersi o non potersi fare e, nel caso che trattiamo della nubile, fa sentire la speranza e quasi l’obbligo morale per essa nubile di nùbere.
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Codesta voce (etimologicamente: da sposare) la lascia frollare in un’aspettazione che può non aver fine, come anche il suono cupo e lungo della u (nuuubile) lascia presentire.
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Facciamo pure trionfare Nubile su Zitella; ma rammentiamoci che nemmeno Nubile ci lascia interamente senza pensieri.
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La lingua che si è fatta ab antico risente in questo campo di vieti pregiudizi: indelebile, se qualcuno non ci mette riparo.
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La riprova è in ciò.
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Che le parole denotanti l’uomo sciolto da vincolo, non che umiliate, sono positive, allegre e sfidanti: imbevute di vecchia polemica misogina.
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Non sarà forse del tutto fantasiosa l’etimologia di Celibe connessa a Cielo: celibe, cioè per delizia di vita, abitante del cielo, celicolo.
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Ma certamente Scapolo, dal verbo Scapolare (lat. exvapulare, «liberarsi dal cappio, capulus») è aggettivo che dal senso di «libero, senza sopraccapo o soggezione» (anche i pensieri dello spensierato furon detti scapoli) trapassò si noti la cattiveria a quello di «non ammogiato», radicandovisi per buona derrata come sostantivo.
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Dissonanza e ingiustizia sono palesi: di qua elegia, di insolenza.
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Ma uno spiraglio si fa nel caro Petrocchi, che non determina se celibe sia dell’uomo soltanto.
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Spiraglio che si allarga nel Tommaseo-Bellini: «Celibe: del potersi dire di femmina avrebbe ragione chi lo derivasse dal greco senza letto coniugale».
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E deriviamolo, per dio santissimo; poniamo in cielo anche la donna sciolta, forti di un autorevole esempio del «Ciriffo Calvaneo»; «Vedova sempre stai, celibe e casta».
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Ma vorrà il Congresso tener conto di questa variante che va contro l’Uso?
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Una questione che si avvicina a quella di sopra è lalternanza Signorina-Signora, presi questi termini come equivalenti di Nubile e Maritata.
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Dopo i cinquanta o sessanta al massimo tale equivalenza sembra non reggere più.
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Regge benissimo nell’etimologia (signorina; vecchiarella), ma non nelluso dei parlanti, che repugnano dal continuare a dire «signorina» a una quasi centenaria, sebbene si diano casi di matrimoni ultratardivi.
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Come si chiamerà dunque, in lingua societaria, la nubile attempata?
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Anche qui la storia della lingua insegna.
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Signora e Signorina non sono parole necessariamente legate allo stato civile della donna.
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Nella società inglese del Settecento, nei romanzi della Austen, anche una vergine diciottenne è detta «signora» (lady).
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Per converso, una maritata carina giovane e vezzosa poté esser detta dall’Alfieri signorina (piem. madamin).
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Tagliò il nodo gordiano qualche tempo fa una sagace femminista: si cominci a chiamare «signorina» la donna nello stesso periodo in cui si comincia a chiare «signore» l’uomo: cioè, quand’è giovanissima; e si elimini (come è avvenuto del signorino) il signorina.
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Leo Pestelli

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