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Una signora “disponibile”

Language columnQuestioni della lingua italiana
AuthorLeo Pestelli
Date 13 dicembre 1973


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Chi si professa tale, compre l’uomo politico, non fa una bella figura: meglio disposto

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Arpeggiando sulle tante malefatte dell’italiano che si scrive e si parla oggi, ma forse insistendo un po’ sulle sole voci straniere (quando straniera è quasi tutta la compagine linguistica), Paolo Monelli ha fatto molto bene a ricordare l’uso inconsiderato che oggi si fa dell’aggettivo verbale disponibile e del derivato astratto disponibilità. Inconsiderato vuol dire rigido, esclusivo, senza badare alla speciale sfumatura di significato che a quelle parole viene dalla desinenza ibile (o in altri casi, -abile ed evole), la quale ha significazione passiva, di cosa da potersi o non potersi fare.

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Quando volgarmente diciamo d’una ragazza, d’una signora, che è disponibile, non siamo così ingenui da non ritenere l’espressione chiarissima: sono passati anni di molti da che le era forse necessaria una strizzatina d’occhio per delucidazione. Ma anche sappiamo che così dicendo, l’affronto di considerare la donna come un oggetto privo di volontà, riceve una consacrazione morfologica, che con poca fatica, almeno quella, si potrebbe evitare.

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Parimente il partito, l’uomo politico che a un certo momento di curvatura si professa disponibile, che sbandiera la propria disponibilità, non fa una bella figura la fa fare alla lingua italiana. Agli esseri razionali va riconosciuto il privilegio di disporre liberamente di stessi, di stare sullattivo anziché sul passivo; e a ciò si provvede con un’altra classe di aggettivi, ancor essi verbali, ma immediatamente derivati dal participio passato del verbo stesso: nel nostro caso disposto e disposizione. Si dirà che una ragazza disposta, un capopartito disposto non soddisfano pienamente alle esigenze semantiche implicite in disponibile; che dànno nell’ellittico. È vero: ma quando è in gioco la dignità umana, è meglio perdersi per corto. È disponibile quel libro? Quella Teresina è disposta? (si compia: ad amoreggiare).

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La promiscuità

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Se l’uso nostro, confondendo tra loro le due classi di verbali, si mostrasse consapevole della confusione, tiriamo via. Tale scambio si faceva frequentemente dai Classici, che ne derivavano effetti di peregrinità: inesorato, per Inesorabile; interminato per Interminabile; invitto per Invincibile e così via. Il dizionario latino, ci rammenta il D’Ovidio, offre a dir poco una trentina di tali participi negativi usati come aggettivi con significazione d’impossibilità o incapacità: «la promiscuità delle due funzioni, o lo sdrucciolo dall’una all’altra, è cosa vecchia». Tanto vecchia e radicata che tutti quanti diciamo immenso per Incommensurabile, senza che ci baleni più alla mente il primitivo senso di «non misurato».

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Gli stessi poeti, che mettono al mondo quelle eleganze, non vedono sempre chiaro nella faccenda dei verbali positivi e negativi, e quando si scatenano le discussioni, si tengono abbottonati. Che cosa voleva dire il Manzoni con «gl’irrevocati di» che tornavano sempre al pensiero di Ermengarda? Non chiamati, oppure, per licenza, irrevocabili, che non possono tornare? La polemica, attizzata dal D’Ancona con una lettera al Mazzoni nel «Fanfulla della Domenica» del novembre 1866, involse insigni barbe quali il Tozzetti, il Borgognoni, il Rigutini, il Mestica, il Ricci, l’Antona Traversi, il D’Ovidio, il Giorgini e molte altre.

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Per la prudenza grammaticale parlò il Del Lungo: «Si prenda pure irrevocato per irrevocabile, che non può tornare. Gli adiettivi verbali, ai quali irrevocato assomiglia, derivati dal participio passato, non si prestano, per loro propria natura, a sinonimizzare con altri pur verbali, terminati in abile, ibile, evole: perché»; ma il perché lo abbiamo già detto. Finché la disputa non fu esteticamente rischiarata dal Momigliano, per il quale l’interpretazione prevalente, irrevocabili, sonava ovvia anzi insulsa, laddove quella di non chiamati metteva nello strazio dell’eroina la nota tragica di un assalto.

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Quando è moda

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Tornando a noi, disponibile per Disposto non apre di questi orizzonti esegetici, è una sorda negligenza. Oggi, quando una parola piace, piace troppo, non solleva dubbi morfologici, spegne il ricordo delle sinonime o affini, sfida la ripetizione (per altri versi aborrita), e sembra che non ci sia che lei. Diventa di moda, diventa una targhetta. Così la lingua italiana si sviluppa smisuratamente alla periferia per furti o prestiti, ma ischeletrisce al centro. Impara «golpe» (e agli usi pratici fa benissimo), ma dimentica le leggi elementari di concordanza e non pure dice terza liceo, ma le parrebbe ormai strano che si potesse dir meglio «terza liceale» o, dioneliberi, «terza del liceo». Meglio che parlare, segnala, telegrafa, irreparabilmente, patologicamente compresa dal senso dell’abbozzato.

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Leo Pestelli


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