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Fiducioso “una tantum”

Language columnQuestioni della lingua italiana
AuthorLeo Pestelli
Date 12 dicembre 1974


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Scacciato dall’uscio dell’apprendimento diretto, il latino rientra dalla finestra dalla pratica orecchiante.
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Un lettore chiede assicurazione circa il modo una tantum, usato in senso fiscale: se cioè esso corrisponda pienamente alla sua lettera di «una volta soltanto» (e poi più).
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L’essere ogni sistema fiscale naturalmente fluido e sottoposto a mille accidenti, ci pare sconsigli un’interpretazione troppo aderente dell’«una tantum», che con valore o di aggettivo (tassa «una tantum») o di sostantivo maschile (pagare l’«una tantum»), si applica in genere a provvedimenti straordinari non ripetibili.
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Ma nessuno sa l’avvenire: e una replicazione dell’«una tantum», sebbene il significato dell’espressione la escluda, è sempre nell’ordine dei possibili.
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Giova pertanto ricantare dentro di la giusta traduzione italiana «una volta soltanto», e fidarsene come di un bel motivo; ma prudenza vuole che si lasci fuori la giunta «e poi più», come interpolata d un troppo d’ottimismo.
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È questo uno di quei tanti brandelli di latino in forza dei quali anche gl’italiani di oggi, pur fra tanto greco scientifico e francese e anglo-americano, sono indotti a ricordarsi della loro lingua madre, che del resto è sempre ipostatica (anche se non lo sanno) a quel poco italiano che ancora parlano: «togli via il trabiccolo» (tolle trabiculum).
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Latino che altra volta definimmo del «ti vedo e non ti vedo», perché in effetto più o meno maccheronicamente italianato (insalutato ospite, volente nolente, grosso modo, salve), o frainteso (lo scritturale sursum corda donde il modo «esser giù di corda»), od oscillante tra la forma schietta e la spuria (motu proprio moto proprio, ab aeterno ab eterno, brevi manu breve mano), o interpretato nella sintassi (fede degna, dove «fede» è a puntino l’ablativo fide, mandato da dignus); e del quale ne tocca un po’ a tutti pro capite, e che tutti intendono: sicché scema più sempre il bisogno (cui bono?) d’isolarlo nel contesto con virgolette, corsivo e altre cautele.
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Quando i classici o l’uso antico abbiano provveduto a coniare un composto italiano, è nostro dovere approfittarne: corampopolo e abeterno (Davanzati), sicutera, maremagno, verbigrazia; giacché l’italiano o cosa che gli somigli, ceteribus paribus, ha sempre da prevalere.
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Se qui pro quo è più analitico, quiproquò è più comodo, perché si può usarlo come nome, coll’accompagnamento dell’articolo, significante Scambio di persona o cosa, Equivoco e sim.
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Ma a proposito dei composti ossitonali dal latino, è da fare attenzione all’accento grafico.
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Fanno male quelli che levano l’accento ai composti di «tre», fondandosi sull’analogia col monosillabo Tre, che appunto perché tale non ha bisogno del segno d’accento.
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E male fanno coloro che lo vorrebbero levare, in quanto superfluo, a Quiproquò.
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Ma i polisillabi tronchi cadono sotto una legge che scatta sempre.
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E a quel modo che il monosillabo sta (dal verbo Stare), fattavi la protesi e cresciuto d’una sillaba, si accenta siccome voce tronca: istà; così non ha problemi chi scrive disgiunto «qui pro quo», ma chi ne fa una parola sola, deve segnare d’accento l’ultima sillaba: quiproquò; e non si vede perché non lo dovrebbe fare, da momento che accenta sempre chicchirichì.
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Perché parlando si fa il raddoppiamento sintattico (un quipproqquò), forse taluno sarà tentato di estenderlo allo scritto.
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Ebbene, se ne astenga.
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Si è poi disputato su statu quo, altra locuzione latina sdrucciolata nel corpus della nostra lingua, pei canali diplomatici; alla quale alcuni scrupolosi preferirebbero, quando sia usata in caso retto, la forma nominativale status quo.
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Entrambe sono ellissi; nella prima si legge in statu quo ante; nella seconda status in quo ante.
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Ma perché confondersi coi casi?
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Quelli che vogliono «lo status quo nuoce al progresso», dovrebbero anche volere, tuttavia declinando: «la politica dello status quo», «tornare allo statum quo», «no e poi no allo statui quo!».
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Tanto fa sentire quell’espressione statu quo come nostra ormai e indeclinabile, secondo fanno i più.
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Leo Pestelli

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