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Invece di guastarsi il sangue sul proposito della concordanza del predicato col nome, imitiamo l’abbandono della novellatrice di casa: «C’era una volta un re e una regina…», alla quale rispondono, nei secoli, innumerevoli esempi di siffatte sconcordanze: «Già è molt’anni» (Boccaccio); «Fu, non è gran tempo, in casa Guidi maritate due donne» (Sacchetti); «Morto i fratelli e il padre» (Ariosto); «venutogli voglia» (Leopardi) ecc.
Che più? Nell’Introduzione al romanzo Manzoni scrive: «Non essendosi presentato alcuna obiezion ragionevole…»; onde lo scatto dei piccoli pedanti che gridano allo sproposito (e perché nella prima edizione aveva scritto: «non essendosi presentato alcun perché», si pensò dal Rigutini e da altri a un accidente di penna). Ma tale sconcordanza, come disse bene il Pasquali, è conforme all’uso, pieno di vita, del volgare fiorentino, dove il participio venendo prima del sostantivo, è pensato o profferito o scritto «quando chi parla non sa ancora bene che cosa farà seguire». Sebben torni difficile pensare al razionalista Manzoni nella condizione di chi cominciando a scrivere, non sappia dove andrà a parare, pure quel participio indipendente presentato è da considerare legittimo.
Nondimeno, ai devoti delle regole e nel caso più tormentoso della concordanza o no del participio del predicato coll’oggetto (I Rossi si sono fatti l’automobile – si sono fatta l’automobile), si consiglia di badare alla collocazione. Non si accorderà il participio quando l’oggetto gli sia posposto, si accorderà nel caso contrario. Con l’ausiliare Essere: «si sono tirati addosso una briga» - «si lagnavano della briga che si erano tirata addosso». Con Avere: «aveva studiato molte cose» - «era una delle molte cose che aveva studiate». Badando però che anche da questa regola si può uscire quando l’estro lo comanda, e che in taluni autori si trovano insieme, nella stessa proposizione, concordanza e sconcordanza: «…poiché ritiratosi da Portovenere nel porto di Livorno ebbe rinfrescata l’armata e soldato nuovi fanti» (Guicciardini).
Anche più complessa, chi la voglia dirimere per pura grammatica, è la questione della concordanza del predicato col soggetto. «La moglie col marito» vogliamo considerarlo un tutto (soggetto più complemento di compagnia), secondo si fa nei matriarcati, o non piuttosto come la combinazione di due soggetti leggermente scalati in ordine d’importanza? Nel primo caso il predicato si pone in singolare: «la moglie col marito andò alla banca»; nel secondo in plurale: «…andarono alla banca». Il grammatico, che non è uno psicologo, ne ha tolto la regola che se ad un soggetto singolare è unito, per mezzo della congiunzione Con, un altro soggetto, il predicato può stare tanto nel numero del più quanto in quello del meno. Da una parte abbiamo Dante: «Bruto con Cassio nell’inferno latra»; dall’altra Boccaccio: «donna con la sua compagnia si misero in cammino». Ma sia chiaro che si sarebbe anche potuto dire rispettivamente, latrano e si mise.
Ma la regola generale che il predicato verbale debba concordarsi col proprio soggetto in numero e persona, e il predicato nominale (aggettivo o sostantivo con doppia flessione) anche in genere, si può o si deve trasgredire, e persino allegramente: col nome collettivo singolare, sia esso seguito da un complemento partitivo o no (la maggior parte dei soldati fuggirono; la maggior parte fuggirono); con la parola Cosa sentita come neutro (fu loro detto ogni cosa); con l’allocutivo Lei riferito a uomo (lei è tanto buono); con taluni nomi femminili adattabili a maschi di caso (quella bestia si è impuntato a dire di no): nei quali esempi spicca il proprio della sillessi o costruzione di pensiero, che è di valutare non tanto la parola in sé quanto il suo significato.
Quando poi i soggetti sono due o più, anche la regola che vuole il predicato verbale posto in plurale è da intendere con discrezione. Altrimenti avrebbero sgrammaticato Dante («sì della scheggia rotta usciva insieme / parole e sangue»), Machiavelli («il romore e il tumulto era grande», l’Ariosto («Se Durindana e Balisarda taglia / sapete») e quant’altri, con soggetto plurale e verbo singolare, non seguirono la fredda ragione grammaticale ma la poetica, la quale fece loro sentire «parole e sangue» «romore e tumulto», «Durindana e Balisarda» come un tutt’insieme.
Nello stile amoroso poi, dove più dispiace la meticolosità del numero, tale forma di singolare sintetico che stringe in fascio i nostri affetti, è quasi comandata, e lo seppe il Petrarca: «L’aria e l’acqua e la terra è d’amor piena» (singolare cosmico). E altro si potrebbe aggiungere sui triboli della concordanza (non casca il mondo a dire: «una grande consolazione è stata per me il tuo telegramma»; ma l’analisi grammaticale, per bocca del Satta, esige stato), bastando però il già detto a convincere che anche nella lingua, anzi soltanto in uno spicchio di essa, sono più i casi delle leggi, e che soltanto guidandosi sui primi si può sperare d’impararla.
Leo Pestelli
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