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Libere concordanze

Language columnQuestioni della lingua italiana
AuthorLeo Pestelli
Date 12 agosto 1975


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Invece di guastarsi il sangue sul proposito della concordanza del predicato col nome, imitiamo l’abbandono della novellatrice di casa: «C’era una volta un re e una regina», alla quale rispondono, nei secoli, innumerevoli esempi di siffatte sconcordanze: «Già è molt’anni» (Boccaccio); «Fu, non è gran tempo, in casa Guidi maritate due donne» (Sacchetti); «Morto i fratelli e il padre» (Ariosto); «venutogli voglia» (Leopardi) ecc.

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Che più? Nell’Introduzione al romanzo Manzoni scrive: «Non essendosi presentato alcuna obiezion ragionevole»; onde lo scatto dei piccoli pedanti che gridano allo sproposito (e perché nella prima edizione aveva scritto: «non essendosi presentato alcun perché», si pensò dal Rigutini e da altri a un accidente di penna). Ma tale sconcordanza, come disse bene il Pasquali, è conforme alluso, pieno di vita, del volgare fiorentino, dove il participio venendo prima del sostantivo, è pensato o profferito o scritto «quando chi parla non sa ancora bene che cosa farà seguire». Sebben torni difficile pensare al razionalista Manzoni nella condizione di chi cominciando a scrivere, non sappia dove andrà a parare, pure quel participio indipendente presentato è da considerare legittimo.

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Nondimeno, ai devoti delle regole e nel caso più tormentoso della concordanza o no del participio del predicato coll’oggetto (I Rossi si sono fatti l’automobile si sono fatta l’automobile), si consiglia di badare alla collocazione. Non si accorderà il participio quando l’oggetto gli sia posposto, si accorderà nel caso contrario. Con l’ausiliare Essere: «si sono tirati addosso una briga» - «si lagnavano della briga che si erano tirata addosso». Con Avere: «aveva studiato molte cose» - «era una delle molte cose che aveva studiate». Badando però che anche da questa regola si può uscire quando l’estro lo comanda, e che in taluni autori si trovano insieme, nella stessa proposizione, concordanza e sconcordanza: «poiché ritiratosi da Portovenere nel porto di Livorno ebbe rinfrescata l’armata e soldato nuovi fanti» (Guicciardini).

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Anche più complessa, chi la voglia dirimere per pura grammatica, è la questione della concordanza del predicato col soggetto. «La moglie col marito» vogliamo considerarlo un tutto (soggetto più complemento di compagnia), secondo si fa nei matriarcati, o non piuttosto come la combinazione di due soggetti leggermente scalati in ordine d’importanza? Nel primo caso il predicato si pone in singolare: «la moglie col marito andò alla banca»; nel secondo in plurale: «andarono alla banca». Il grammatico, che non è uno psicologo, ne ha tolto la regola che se ad un soggetto singolare è unito, per mezzo della congiunzione Con, un altro soggetto, il predicato può stare tanto nel numero del più quanto in quello del meno. Da una parte abbiamo Dante: «Bruto con Cassio nell’inferno latra»; dall’altra Boccaccio: «donna con la sua compagnia si misero in cammino». Ma sia chiaro che si sarebbe anche potuto dire rispettivamente, latrano e si mise.

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Ma la regola generale che il predicato verbale debba concordarsi col proprio soggetto in numero e persona, e il predicato nominale (aggettivo o sostantivo con doppia flessione) anche in genere, si può o si deve trasgredire, e persino allegramente: col nome collettivo singolare, sia esso seguito da un complemento partitivo o no (la maggior parte dei soldati fuggirono; la maggior parte fuggirono); con la parola Cosa sentita come neutro (fu loro detto ogni cosa); con l’allocutivo Lei riferito a uomo (lei è tanto buono); con taluni nomi femminili adattabili a maschi di caso (quella bestia si è impuntato a dire di no): nei quali esempi spicca il proprio della sillessi o costruzione di pensiero, che è di valutare non tanto la parola in quanto il suo significato.

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Quando poi i soggetti sono due o più, anche la regola che vuole il predicato verbale posto in plurale è da intendere con discrezione. Altrimenti avrebbero sgrammaticato Dante (« della scheggia rotta usciva insieme / parole e sangue»), Machiavelli («il romore e il tumulto era grande», l’Ariosto («Se Durindana e Balisarda taglia / sapete») e quant’altri, con soggetto plurale e verbo singolare, non seguirono la fredda ragione grammaticale ma la poetica, la quale fece loro sentire «parole e sangue» «romore e tumulto», «Durindana e Balisarda» come un tutt’insieme.

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Nello stile amoroso poi, dove più dispiace la meticolosità del numero, tale forma di singolare sintetico che stringe in fascio i nostri affetti, è quasi comandata, e lo seppe il Petrarca: «L’aria e l’acqua e la terra è d’amor piena» (singolare cosmico). E altro si potrebbe aggiungere sui triboli della concordanza (non casca il mondo a dire: «una grande consolazione è stata per me il tuo telegramma»; ma l’analisi grammaticale, per bocca del Satta, esige stato), bastando però il già detto a convincere che anche nella lingua, anzi soltanto in uno spicchio di essa, sono più i casi delle leggi, e che soltanto guidandosi sui primi si può sperare d’impararla.

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Leo Pestelli


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