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Si devono correggere gli errori dei bambini?

Language columnQuestioni della lingua italiana
AuthorLeo Pestelli
Date 12 luglio 1975


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Si deve intervenire o no, quando gl’infanti commettono degli strafalcioni?
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La pedagogia buona è quella del non intervento, e non tanto a cagione di spasso («l’idioma che prima i padri e le madri trastulla») quanto di meditazione e studio: perché i più di quegli errori, direbbe il Vico, sono «eroici».
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Negli esempi raccolti dal Nieri, una mamma di gran cuore domanda al suo piccino: «Di chi sei?»; e quello, che ignora la teoria leopardiana circa Essere, irregolare in quasi tutte le lingue a causa della sua astrazione, necessità, antichità ecc., risponde a colpo «Seo di mamma».
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Appare evidente che il parlar puerile si regge in gran parte sul principio d’analogia: allora che la faticosa idea dell’irregolarità non è ancora penetrata nella mente del parlante, una forma ne suggerisce un’altra compagna, per irresistibile processo analogico.
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Così la prima del presente indicativo Vado produce l’imperfetto vadevo; così Neve si getta in nevare (che è in Ser Brunetto, Dante e Petrarca), oggi usurpato dal suo continuativo Nevicare, sentito esso come primitivo; così ritornano spesso su quelle vergini labbra i participi suto leggiuto renduto, tanto poco comici che si ritrovano nei primi documenti di lingua; e Suto (aferesi di essuto) è il sincero participio di Essere, di poi sostituito con quello di Stare, e Renduto poi, appresso Leopardi, è anch’oggi meglio di Reso.
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Un altro, solo compitando us-ci-re, manifesterà la patria piemontese, la cui lingua scompone il nesso sc (s-cianchè); più tardi, riflessamente, e perciò più indelebilmente, imparerà che l’italiano non ammette tale scempiamento (scen-trare, scer-vellato).
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È insomma il linguaggio infantile scuola aperta di morfologia storica, da frequentare col massimo rispetto; a tacere dei suoi molti lasciti alla lingua comune, specie nelle voci da suono: pappa, dindi, bua, caccia o ceccie, tato e tata (di senso così vasto) e, che è più, gli stessi babbo-papà-mamma, nati da inconsci moti labiali e nasali.
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Ma in un esempio come annaffiatore (da noi reperito), allora sarà il caso che il genitore intervenga con la compunizione del corresponsabile: perché costì è il germe, appreso dal linguaggio dei grandi, del male dei derivati sostantivali (annaffiatoio-annaffiatare) e più oltre dei derivati da derivati: quei serpenti verbali che spira dopo spira menano a una sorta dimbecillità semantica.
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Perché chi è che, partendo dal lontano Trionfo, sappia dire che cosa veramente significhi in parole povere (parole vere) «la sicurezza del trionfalismo» («La Stampa»), registrata fra le nuove perdite della dc dopo l’elezione di giugno?
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Leo Pestelli

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