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La pluralità dei mondi

Language columnQuestioni della lingua italiana
AuthorLeo Pestelli
Date 17 novembre 1974
NewspaperLa Stampa
Publication placeTorino
Publication countryItalia
Page3
Column2-5


[1]
Muore un illustre, ed ecco che «lo piangono il mondo letterario e quello giornalistico».
[2]
La prima cosa da notare in questo stilema frequentissimo, è la nostra fede nella pluralità dei mondi presa l’espressione figurata Mondo, così cara ai discendenti di Fontenelle, che anche la dimezzano (demi-monde), per indicare una comunità qualsiasi: mondo slavo, mondo musicale, mondo politico, mondo civile, terzo mondo e via di seguito, in un polverio cosmico.
[3]
Uno di quei paroloni, notava un purista più che ottant’anni fa, preferiti da quanti aborrono il parlare naturale e piano.
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La naturalezza non vorrebbe nemmeno che si supplisse con Civiltà e società comunità e altri sinonimi; ma chiede che ci si dica: i Letterati, gli Slavi, i Musicisti, i Politici ecc., tutt’al più significati, scrivendo, dalla lettera grande.
[5]
L’italiano insomma, quando si ricorda di , la prende sempre più bassa che non faccia il francese; e come rifugge dal divinamente provocante e consimili e spesso contraddittorie amplificazioni, così non iscambia un modesto crocchio per il Mondo.
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Nel nostro esempio il mondo giornalistico viene secondo («e quello giornalistico»), con un’aria specialmente afflitta.
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Questa viene dall’uso del dimostrativo Quello in luogo dell’articolo determinato o del complemento di specificazione; uso ormai tanto comune (la letteratura greca e quella latina, il tono è quello giusto ecc.), che soltanto chi serba un senso geloso e fremebondo della proprietà di lingua, può ancora sentirsene urtato.
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Ma l’imperfezione c’è; e tutti possono sincerarsene sol che rimutino quel costrutto aggettivalmente appiccicato in quest’altri: la letteratura greca e la latina oppure «la letteratura greca e quella dei Latini»; il primo dei quali è proprio l’uovo di Colombo.
[9]
Si potrebbe osservare che nell’esempio «il tono è quello giusto», quale ci viene nientemeno che dal Contini, quello per Il serve a rafforzare l’espressione: ma è da dubitare che l’efficacia che va a scapito del nerbo, possa mai essere efficace.
[10]
Sebbene di tale scambio non manchino esempi nei Classici, ma quasi soltanto in poesia e spesso dovuti a ragioni di metro, non oseremmo mai rifare il Boccaccio dove dice: «Giovani donne, magnifiche cose e belle sono state le raccontate»; rifarlo con la variante novecentesca «quelle raccontate».
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Sono minuzie alle quali, niente niente che lo stile si sollevi, bisogna badare.
[12]
In un elogio funebre abbiamo trovato «oratore men che modesto».
[13]
È chiaro l’intendimento di chi ha detto così: «meno che» è usato come rinforzo nel senso di «più che, peggio che»; sicché men che modesto viene a dire Più che modesto, modestissimo.
[14]
Ma tutt’altro è luso buono di Meno con Che, quale si può legare con avverbi (men che bene), con aggettivi (men che utile), con nomi sostantivi (men che notte).
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Esso ha valore di negazione quasi assoluta; cioè a dire nega, ma più rimessamente che non faccia Non; è insomma figura di litote per cui si accenna più di quello che le parole significano.
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Segue «moglie men che onesta» è per tradizione la non onesta (detta a quel modo per riguardo): «consiglio men che utile» l’inutile; il dantesco «men che giorno e men che notte», il lusso crepuscolare; «oratore men che modesto», oratore accettabile.
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C’è una bella differenza, come sanno le donne men che brutte, che dal polo semantico delle non brutte o quasi carine si vedono scaraventare a quello delle bruttissime.
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Sono minuzie di cui gli articolisti possono passarsi; i notisti no.
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La parola è nuovissima, inutile cercarla nei dizionari.
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Morfologicamente è irreprensibile, foggiata appunto sul modello di Articolista.
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Peccato che il notaio non sia arrivato lui primo a farsi dire Notista: etimologicamente (nota), ne avrebbe avuto il diritto.
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Tanta è la fortuna del suffisso ista, che tutti lo vorrebbero incorporare.
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Ma ci sono dei limiti; e l’inchiodato lattaio guarda con invidia al fioraio che sale a fiorista.
[24]
Leo Pestelli

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