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Eco femmina o maschio?

Language columnQuestioni della lingua italiana
AuthorLeo Pestelli
Date 11 Agosto 1973


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Chi sa le cose mezze e mezze, vede spesso l’errore dove è.
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«Triplo eco» è un titolo di film che un lettore ci segnala come erroneo quanto al genere, dovendosi dire, secondo lui, «tripla eco».
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Ma eco (anticamente anche ecco), mentre al plurale è sempre maschile (gli echi), nel numero del meno può essere tanto maschile quanto femminile; è insomma di genere comune, come fonte folgore e simili voci.
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Certo chi ha nel cuore il mito di Eco, la ninfa figliuola dell’Aria e della Terra, che amante non corrisposta del giovane Narciso, morì consunta dal dolore rimanendo nuda voce nelle grotte, colui, per riguardo a quella grande protoromantica, sarà naturalmente portato a sentire la parola eco come di genere esclusivamente femminino.
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Pure il Leopardi, che amò come forse nessuno mai, le belle favole antiche, anche lui, nella prima delle Operette morali, mise da parte i rispetti mitologici e scrisse: «fra i molti espedienti che mise in operacreato l’eco, lo nascose nelle valli e nelle spelonche»; e altri molti, prima e dopo di lui, fecero altrettanto, bastando qui ricordare, fra i più spiccati, un esempio del Cattaneo: «Cari e primogeniti confederati! Le parole che si sono udite nei vostri comizi ebbero un eco giulivo nei nostri cuori».
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È dunque un falso credere che il singolare di Eco, nei molti significati che la parola ha preso (anche di Maldicenza, strascico di pettegolezzo e sim., il quale sente del francese écho), non possa essere che femminile: potrà invece essere maschile o femminile secondo che piace meglio.
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È invece assolutamente errato il plurale femminile invariato le eco, che purtroppo va serpeggiando (delle eco ignote) nel sottobosco linguistico; e l’orecchio del Migliorini l’ha sentito.
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Un’altra battaglia contro i mulini a vento è quella che si fa contro il pleonasmo, il quale è tanto lungi dal significare cosa affatto inutile, che la Rettorica gli ha dato onorato luogo tra le figure di costrutto.
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Si può dire che in moltissimi casi le particelle pleonastiche, benché affatto inutili alla tela grammaticale che potrebbe benissimo farne senza, sono come tentacoli in più, con cui la proposizione afferra meglio l’idea.
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E perché non si parla secondo l’etimologia, sarà da dotti, ma è certo da oziosi, l’andar rintracciando e peggio rimproverando il ripieno in espressioni come «nera malinconia», «panacea universale», «scosse sismiche», «topografia dei luoghi» e simili (dove l’idea di nero è già in malinconia, di universale in panacea, di scossa in sisma e via dicendo), le quali però, specie nel linguaggio familiare, stanno bene come stanno.
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La comunicazione s’incepperebbe ogni momento se volessimo ad ogni costo evitare la tautologia; se all’oberato dai debiti bastasse dire, per farsi intendere: sono oberato, senza più.
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Sono due specie di pleonasmi: quando si ripete una parola già espressa nella frase («ragionando con meco ed io con lui», Petrarca), e quando l’idea significata dalla parola superflua, s’intendeva già naturalmente dal contesto; e qui, oltre a quelli già delibati dal Leopardi (che vorrà dire questo sogno? Senz’altro pensare, non partirò altrimenti), gli esempi sono un subisso: dalle particelle di rinforzo Ecco Bene Bello Tutto (ecco, tu non mi credi; ben mille lire, bell’e fatto, tutto solo) o di attenuazione (dimmi un po’), all’uso di Non coi verbi timendi (temo non sia incinta), al dativo etico (mi beve troppo), al toscano Egli in capo al periodo per inizio del soggetto che vien dopo (egli è caldo), al Ci locativo, a moltissimi altri; i quali tutti, e in cima a tutti i famulatori Volere Dovere Potere, usati senza necessità, ma con squisita avvertenza stilistica, dopo i verbi significanti intendimento sforzo istanza e altra preparazione dell’animo («deliberò di volere andare a vedere», Boccaccio), conferiscono a quella maggior efficacia, e anche forza grazia e proprietà di espressione, in che consiste l’ufficio del Pleonasmo.
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Come si comporta il comune parlante d’oggi rispetto ai ripieni?
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Ripete a pappagallo, fuori d’ogni responsabilità stilistica, molti di quelli della seconda specie; persegue di inopportuna pedanteria quelli della prima, indifferente all’intensità di con meco o alla tensione che è pure nella tautologica «bellezza d’una bella donna».
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In genere, egli che si giova dei neologismi del tipo presto e male come ospedalizzare ufficializzare contattare imparolarsi ecc., che si compiace di composti a frullo quali gigantografia scuolabus digestimola organigramma musicassetta e sim., dove di due parole se ne fa una, senza badare ai pezzi che saltano; in genere egli si ritiene immune da ridondanze; dove al contrario (basta porgere orecchio alla tivù) ne è pieno.
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Lasciando stare le ortografiche (il malvezzo della virgola prima di Eccetera), si pensi allo stucchevolissimo nesso «il fatto che», in cui il così detto stile nominale celebra uno dei suoi trionfi; all’abuso macchinale dei possessivo, anche quando non c’è ragione di metterlo («lavate la vostra auto con ecc.»), ma soprattutto allo sconcio ormai regolare di Cioè (sentito come un composto invariabile, dove gli antichi flettevano il loro «ciò è» in «ciò era, ciò erano, ciò furono»), preceduto da E copulativa: quel fastidioso «e cioè» (o non piuttosto «eccioè»), dove la particella dichiarativa (cioè idest) fa a pugni coll’aggiuntiva (e): in quanto che, dichiarando, niente si aggiunge.
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Detto questo, si vorrebbe che almeno i filosofi non scrivessero «e cioè».
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Invece lo scrivono.
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Leo Pestelli

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