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L’avverbio più insidioso

Language columnQuestioni della lingua italiana
AuthorLeo Pestelli
Date 11 luglio 1973
NewspaperLa Stampa
Publication placeTorino
Publication countryItalia
Page3
Column2-5


[1]
Mezzo è fonte di guai I toscani non ne dimenticano la natura e (a ragione) dicono una mela e mezzo, la donna mezzo morta La parola è anche ambigua: plurale, val denari
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Anche riguardata nella lingua, la vita è maliziosa sopra la terra.
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Estote parati, vigilate sempre, non tralasciale la menoma occasione per guadagnare un punto di correttezza.
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Che cosa di più semplice, in apparenza, che il dire che ora è a chi ce ne chiede?
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E non si nega che non sia facile rispondere: le tre, le otto e dieci, mezzogiorno ecc.; ma ci sono le mezze ore, e allora è meno facile, cominciando a volerci sentimento grammaticale.
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Tra le molte regole e regolette che vanno allegramente in malora, è quella circa l’uso dell’aggettivo numerale mezzo, indicante, prima o dopo una quantità intera, una metà della quantità stessa.
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Se nel primo caso, con pace di tutti, mezzo si concorda in numero e genere col nome che segue (mezzo litro, mezze tinte, mezza cartuccia), nel secondo, sebbene ugualmente si dica da tutti un sigaro e mezzo, un anno e mezzo, concordanza non c’è più, cioè a dire mezzo è usato avverbialmente, nel senso neutro di una «metà».
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Quei trecentisti
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Ben accorti, i toscani dicono una mela e mezzo senza lasciarsi incantare dal femminile, e parlandosi di ore (per tornare in filo), le tre e mezzo, alle cinque e mezzo, calcando sul valore avverbiale di «mezzo» e lasciando al resto d’Italia le forme una mela e mezza, le tre e mezza, che, come giudiziose che paiono (una mela e una mezza mela, tre ore e mezza ora), tengono alquanto del babbeo.
[10]
Perché nella nostra lingua Aggettivo e Avverbio sono ab antico in relazione simpatetica e facilmente si convertono l’uno nell’altro.
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Anzi, osservò il Fornaciari, gli avverbi, in origine, non son altro che casi di qualche aggettivo usati avverbialmente, ossia assolutamente.
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Di qui, in poesia «gli occhi dolce tremanti», e in prosa «andar piano», «andar forte», «batter sodo», «gridar alto» ecc., fino al recente trovato pubblicitario «vestir giovane», che suona strano soltanto a chi non se ne intende.
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mancano esempi della tendenza contraria, cioè di avverbi fatti aggettivi, perché attratti dal nome e concordati con esso: come Punto («non ne voglio punti»).
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Proprio («i sorci parean propri stornelli», Sacchetti) e Quanto («Consideri ora uno con quanta poca difficoltà posseva il re ecc.», Machiavelli).
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Codeste attrazioni, giustamente respinte dalla scuola, accadono e accadranno sempre nel vivo parlare, secondo dimostra lo stesso Mezzo usato avverbialmente nel senso neutro di A metà, Pressoché, Quasi: dovendosi dire correttamente mezzo morta, mezzo vestita, mezzo spenti, ma nel famigliare potendosi anche dire mezza morta, mezza matta, mezzi finiti, e così scrivendosi anche dai classici che si adeguano a quel tono.
[16]
Il tocco, per antonomasia, s’usa plasticamente in Toscana, a significare la prima ora dopo il mezzogiorno e dopo la mezzanotte; e perché viene da toccare se ne fa o se ne fece il modo proverbiale «esser nato al tocco», detto di chi, specialmente ragazzo, ha il vizio di toccar tutto.
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Il Nord preferisce invece il numerale una, e così facendo s’impania nelle varianti «l’una la una le una»: una di quelle infinitesime questioncelle di lingua che sfuggono anche ai grammatici più oculati; ma non è sfuggita al Fochi, che l’ha trattata.
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Scartato lo iatico la una (non meno sgradevole che la umanità), resta che ci si risolva tra l’una e le una.
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La forma plurale è più aritmetica, più da cervello elettronico (le ore una), più disciplinata al canone di le due, le tre ecc.; ma la forma singolare «è più propria dell’uso, diremo, spontaneo della lingua, che non può concepire l’unità come qualcosa di plurale», o tutt’al più, aggiungiamo noi, la concepisce di sbieco, in contrapposizione (gli uni e gli altri) o in composizione (alcuni certuni taluni qualcheduni).
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Si dice dunque l’una, come manda natura.
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Leggere l’ora
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Vi sono poi quelli che dicono l’ora seguitando il corso delle lancette dell’orologio: un quarto alle tre; e altri invece che vanno a ritroso: le tre meno un quarto.
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Chi non abbia responsabilità ufficiali, cioè non sia tenuto a dire l’ora scientificamente, può scegliere a piacere: ma, o c’inganniamo, o la prima maniera, buttata in avanti, è più italiana dell’altra, così congegnata sulla sottrazione.
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Non creda il lettore che non si provi scrupolo nell’intrattenerci in siffatte minuzie quando l’italiano sembra rovinare da tutte le parti sotto la spinta del neologismo e della nuova barbarie tecnologica.
[25]
Pure, avvolti nel polverone, continuiamo, persuasi che l’esposizione dell’infinitamente piccolo e lontano sia un buon metodo per rappresentare la grandezza del nostro patrimonio linguistico e il correlativo obbligo di tutelarlo.
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A Mezzo (per tornare a lui) si attaccano due errori così frequenti da non essere quasi più sentiti.
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Il primo è di confondere mezzo, indicante il punto ugualmente lontano dagli estremi, con metà, denotante una delle due parti uguali d’un tutto, e di dire e di scrivere contro i grandi esempi danteschi «nel mezzo del cammin», «a mezzo novembre» - «nella metà del cammino» o «a metà novembre».
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Insomma uno fa la metà del cammino, ma è o si trova nel mezzo o a mezzo del cammino.
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Nondimeno la locuzione «a mezzo» suona frequente; ma come sproposito foggiato sul francese au moyen, in luogo di Per mezzo, Mediante, Con, Se Mezzo ha il significato che s’è detto, «diffondere a mezzo stampa», «ricevere a mezzo corriere» (o con eleganza commerciale «a ½ corriere»!), non può voler dire, a prenderla nel senso giusto, se non «diffondere nel punto di mezzo della stampa», «ricevere un punto di mezzo del corriere».
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Tanto può, in un costrutto invariabile, lo scambio d’una particella con un’altra.
[31]
Infine è da ricordare l’abuso del plurale Mezzi, preso indifferentemente, sulla falsariga del francese moyens per Attitudine, facoltà, dote naturale; per Denari, averi, sostanze; per Possibilità, capacità, forze; per Aiuto, modo, via espediente, argomento, ragione e altre cose ancora; una parola tutto fare e per ciò stesso sospetta.
[32]
C’è il francesismo necessario o utile o elegante; e c’è il francesismo sornione, che si appiatta nella parola italiana lasciandola italiana, ma storcendone il senso.
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Tale è appunto il plurale mezzi, in senso di denaro o capacità intellettuale; cui fanno buona compagnia altre parole italianissime di forma e di suono ma stranite dentro, quali miserabile (per Spregevole), fiero (per Altero, orgoglioso), Armata (per Esercito), Decoro (per Scenario), zuppa (per Minestra) e altre molte.
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Leo Pestelli

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