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Pur di evitare la parola morire, la cui semplicità ci agghiaccia, le giriamo intorno con espressioni equivalenti, che, al dir di qualcuno, sarebbero trentadue: computo forse avaro, chi pensi alle tante maniere idiotistiche (ogni regione ha le sue) come le toscane andare a babboriveggoli, non dolergli più i denti, sonar l’ultimo doppio, sballare e somiglianti.
Tuttavia nella pratica la scelta di tali sinonimi è piuttosto stretta. L’uso giornalistico, serbando perire (che in effetto è un «finir male») ai morti di morte violenta e non potendo abusare di soccombere che manca del participio passato e dei tempi composti, per il resto se la sbriga col latinismo decedere (già sentito come buffo), coll’aulico spirare, mancare e pochi altri; più oltre non va, salvo a rendere il moribondo così autosufficiente da giungere cadavere all’ospedale. Sono affatto disusati i bellissimi passare e trapassare (così pregnanti, specie il primo, di speranza cristiana), l’assoluto finire, lo statico andar nei più, il fisiologico rendere l’ultimo fiato, e non parliamo della splendida perifrasi villaniana, che più d’ogni altra consola del morire, andare a sapere novelle dell’altro mondo.
Ma questa scelta, come che sia stretta, si fa strettissima quando si passa alle partecipazioni di lutto, dove quasi tutte le spese son fatte dai soliti mancare (col necessario complemento: all’affetto dei suoi cari), spirare, volare al cielo e consimili platonismi. In «Lingua Nostra» (XXXV, 4) Carlo Bascetta, rifacendosi a una precedente nota di L. Serianni, ha fortemente studiato nella «tipologia dell’annuncio funebre», togliendone come principale carattere l’uniformità. Questa è in gran parte dovuta ai freddi suggerimenti dei commessi d’agenzia, e per un poco anche alle deserte velleità dei compilatori in proprio, che quanto più si studiano di fuggire le frasi fatte, tanto più vi cadono. C’è poi chi sa di lettere, ma si perita di farne sfoggio nella congiuntura triste. In morte non meno che in vita vogliamo accompagni un linguaggio stereotipato.
E non di meno – com’è incoercibile in tendenza a segnalarsi – anche l’annunzio funebre, pur così rituale nel verbo, fa suoi periferici tentativi per giungere alla «singolarizzazione»; e poco importa al linguista che, facendosi quei tentativi da tutti e da tutti nella stessa direzione, il loro risultato sia scarso. Dietro la sagace scorta del Bascetta, vediamo quali sono. Per prima cosa si rincara sull’individualità anagrafica del defunto. Quindi l’uso d’indicare il mestiere la carica la professione talvolta prima del nome: maestro G.C.G.; e più spesso dopo, con una punta d’orgoglio (specie al Nord): A.B. ostetrica. Quindi, se ci sono, generosa enumerazione di titoli e ricompense al valor civile e militare. La citazione dell’età, dato anagrafico pressocché costante, può di per sé diventare eloquente: spegnevasi a soli 57 anni.
Da altri esempi si rileva che possono conferire alla singolarizzazione dell’annunzio sia il ricorso alle generalità: è mancato al ns. affetto il dott. Ing. G.L (fu Edoardo); sia a vezzeggiativi e nomignoli: è mancato G.P. (Nuciu); sia a barlumi di un «parlar chiuso» inteso appieno dalla famiglia: G., piccolo ometto d’oro, guarda e sorride di lassù. Conferiscono anche certe deviazioni dell’uso comune, suggerite da fattori emotivi: medico dei bambini, preferito a «pediatra»; cieco di guerra, a «invalido di guerra».
L’annunzio, si sa, è costoso; e perciò vi dovrebbe brillare il tacitismo; vi brilla invece il luogo comune. Quando si tenta (che un’altra via per distinguersi) una biografia in nuce, le sequenze sono sempre lavoro-famiglia, famiglia-lavoro: «tertium non datur», salvo talvolta il disturbo di un aggiunto elemento Patria, affatto sporadico. Nelle partecipazioni che si raccolgono sulla solennità famigliare del transito, i domestici sono quasi sempre connotati di fedeli o fedelissimi; per i medici curanti si eseguiscono, chi può spendere, cavatine particolari. Gli aggettivi sono per lo più triplicati in posizione enfatica (nobile intelligente esemplare vita), e fra i solinghi abbonda ferale. Ma il nostro studioso ha reperito un prezioso intatto (vive intatto nel cuore della mamma). È già troppo.
Perché a ricacciare al generico anche l’annunzio più smanioso di apparire individuale e «sofferto», è il rischio dell’espressività; il quale può portare all’equivoco o all’immagine incongrua: A.G. moglie, devota fino all’ultimo respiro, di R. ringrazia (dove il senso è tutto rimesso all’interpunzione); A tumulazione avvenuta…annunciano il volo verso il cielo ecc. non potendosi uscire dal vicolo cieco di un espressivo che non esprima troppo, molto meglio rinunciare al proprio Pegaso e lasciar fare a gente del mestiere. Si comincia dal voler dire pane al pane, dall’evitare, cioè, la parola Morire. E si continua poi in falsetto, su schemi convenuti, per tutto l’annunzio.
Leo Pestelli
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