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Parlando del caro estinto

Language columnQuestioni della lingua italiana
AuthorLeo Pestelli
Date 11 giugno 1975


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Pur di evitare la parola morire, la cui semplicità ci agghiaccia, le giriamo intorno con espressioni equivalenti, che, al dir di qualcuno, sarebbero trentadue: computo forse avaro, chi pensi alle tante maniere idiotistiche (ogni regione ha le sue) come le toscane andare a babboriveggoli, non dolergli più i denti, sonar l’ultimo doppio, sballare e somiglianti.
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Tuttavia nella pratica la scelta di tali sinonimi è piuttosto stretta.
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L’uso giornalistico, serbando perire (che in effetto è un «finir male») ai morti di morte violenta e non potendo abusare di soccombere che manca del participio passato e dei tempi composti, per il resto se la sbriga col latinismo decedere (già sentito come buffo), coll’aulico spirare, mancare e pochi altri; più oltre non va, salvo a rendere il moribondo così autosufficiente da giungere cadavere all’ospedale.
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Sono affatto disusati i bellissimi passare e trapassare (così pregnanti, specie il primo, di speranza cristiana), l’assoluto finire, lo statico andar nei più, il fisiologico rendere l’ultimo fiato, e non parliamo della splendida perifrasi villaniana, che più d’ogni altra consola del morire, andare a sapere novelle dell’altro mondo.
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Ma questa scelta, come che sia stretta, si fa strettissima quando si passa alle partecipazioni di lutto, dove quasi tutte le spese son fatte dai soliti mancare (col necessario complemento: all’affetto dei suoi cari), spirare, volare al cielo e consimili platonismi.
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In «Lingua Nostra» (XXXV, 4) Carlo Bascetta, rifacendosi a una precedente nota di L.
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Serianni, ha fortemente studiato nella «tipologia dell’annuncio funebre», togliendone come principale carattere l’uniformità.
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Questa è in gran parte dovuta ai freddi suggerimenti dei commessi d’agenzia, e per un poco anche alle deserte velleità dei compilatori in proprio, che quanto più si studiano di fuggire le frasi fatte, tanto più vi cadono.
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C’è poi chi sa di lettere, ma si perita di farne sfoggio nella congiuntura triste.
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In morte non meno che in vita vogliamo accompagni un linguaggio stereotipato.
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E non di meno com’è incoercibile in tendenza a segnalarsi anche l’annunzio funebre, pur così rituale nel verbo, fa suoi periferici tentativi per giungere alla «singolarizzazione»; e poco importa al linguista che, facendosi quei tentativi da tutti e da tutti nella stessa direzione, il loro risultato sia scarso.
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Dietro la sagace scorta del Bascetta, vediamo quali sono.
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Per prima cosa si rincara sull’individualità anagrafica del defunto.
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Quindi l’uso d’indicare il mestiere la carica la professione talvolta prima del nome: maestro G.
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C.
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G.; e più spesso dopo, con una punta d’orgoglio (specie al Nord): A.
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B. ostetrica.
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Quindi, se ci sono, generosa enumerazione di titoli e ricompense al valor civile e militare.
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La citazione dell’età, dato anagrafico pressocché costante, può di per diventare eloquente: spegnevasi a soli 57 anni.
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Da altri esempi si rileva che possono conferire alla singolarizzazione dell’annunzio sia il ricorso alle generalità: è mancato al ns. affetto il dott.
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Ing.
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G.
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L (fu Edoardo); sia a vezzeggiativi e nomignoli: è mancato G.
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P.
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(Nuciu); sia a barlumi di un «parlar chiuso» inteso appieno dalla famiglia: G., piccolo ometto d’oro, guarda e sorride di lassù.
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Conferiscono anche certe deviazioni dell’uso comune, suggerite da fattori emotivi: medico dei bambini, preferito a «pediatra»; cieco di guerra, a «invalido di guerra».
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L’annunzio, si sa, è costoso; e perciò vi dovrebbe brillare il tacitismo; vi brilla invece il luogo comune.
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Quando si tenta (che un’altra via per distinguersi) una biografia in nuce, le sequenze sono sempre lavoro-famiglia, famiglia-lavoro: «tertium non datur», salvo talvolta il disturbo di un aggiunto elemento Patria, affatto sporadico.
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Nelle partecipazioni che si raccolgono sulla solennità famigliare del transito, i domestici sono quasi sempre connotati di fedeli o fedelissimi; per i medici curanti si eseguiscono, chi può spendere, cavatine particolari.
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Gli aggettivi sono per lo più triplicati in posizione enfatica (nobile intelligente esemplare vita), e fra i solinghi abbonda ferale.
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Ma il nostro studioso ha reperito un prezioso intatto (vive intatto nel cuore della mamma).
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È già troppo.
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Perché a ricacciare al generico anche l’annunzio più smanioso di apparire individuale e «sofferto», è il rischio dell’espressività; il quale può portare all’equivoco o allimmagine incongrua: A.
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G. moglie, devota fino allultimo respiro, di R. ringrazia (dove il senso è tutto rimesso all’interpunzione); A tumulazione avvenutaannunciano il volo verso il cielo ecc. non potendosi uscire dal vicolo cieco di un espressivo che non esprima troppo, molto meglio rinunciare al proprio Pegaso e lasciar fare a gente del mestiere.
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Si comincia dal voler dire pane al pane, dall’evitare, cioè, la parola Morire.
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E si continua poi in falsetto, su schemi convenuti, per tutto l’annunzio.
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Leo Pestelli

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