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Licenze solo per noi adulti

Language columnQuestioni della lingua italiana
AuthorLeo Pestelli
Date 11 maggio 1973


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È bene esigere dai fanciulli rigore nelle concordanze, ma i classici rifiutano le regole assolute

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La scuola ha il dovere di far sentire la regola di grammatica nella sua assolutezza; e perciò quel che diremo non fa per i fanciulli. Ma tra noi adulti si può ben ammettere che la regola circa la concordanza del predicato col nome cui si riferisce, è così allentata e permissiva, che dal saperla al non saperla non passa quasi nulla: non c’è scuse, non ci sono scuse; ho servito la patria, ho servita la patria; le belle soddisfazioni che ne ho avute, le belle soddisfazioni che ne ho avuto; questi modi concorrono nell’indifferenza generale, non venendone lode infamia a chi li dice. Non c’entra la trascuraggine di noi moderni (ché anzi, da buoni ragionieri della lingua, tenderemmo anche in questo campo all’uniforme); ma ci sta dietro e ci condiziona la bella libertà degli antichi.

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Dove noi di regola facciamo personali i participi (passata la festa), il Novellino ha «venuto la sera», il toscano devoto «fatto Pasqua», e nelle montagne pistoiesi fu udito e forse ancora si ode, «è venuto l’usanza». L’uso impersonale del participio, che in parte risente di certe forme di ablativo assoluto latine, come cognito, audito, explorato e sim., non sarebbe oggi da imitare; ma importa sapere che ha fior d’esempi nella tradizione classica, dall’Ariosto al Leopardi allo stesso Manzoni, il cui famoso «non essendosi presentato alcuna obiezione», in principio del romanzo, pruno all’occhio di molti lettori, non fu svista ma mossa naturale di chi vuol dire subito, senza sapere bene che cosa seguirà: come spiegò sottilmente il Pasquali, che anche vi sentì una certa analogia col costrutto francese il est des hommes.

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Quest’ultimo tipo di sconcordanza soggetto plurale, verbo singolare al quale ha dedicato fini attenzioni Mario Martelli in «Lingua Nostra» (Sett., 72), è tuttora nell’uso dellitaliano, vivo e vegeto come al tempo del Boccaccio («ne avanzò dodici sporte») e della Macinghi Strozzi («col tempo se ne vede delle cose!»); e quei lettori candidi, ancora vibranti di soggezione scolastica, che ce ne scrivono irritati, si possono placare con una messe persino eccessiva di esempi manzoniani: può nascer di gran cose, c’è degli imbrogli, manca osterie in Milano?, ci vuol degli uomini fatti apposta ecc.; dai quali parrebbe potersi inferire che il verbo al singolare sia lecito solo quando precede il nome; e invece no, ché anche troviamo: prove non ce n’è, disperati non ne mancherà, de’ curati ce n’è per tutto: il singolare del verbo trionfa in ogni posizione.

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Meno insidiata risulta la regola circa la concordanza del participio del predicato con l’oggetto; il quale deve restare invariabile e non accordarsi in numero e in genere coll’oggetto femminile o plurale, quando questo gli sia posposto: ho ricevuto la Sua dichiarazione d’amore; deve invece accordarsi in numero e genere coll’oggetto medesimo quando questo gli sia anteposto; la dichiarazione d’amore che ho ricevuta da Lei.

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Ma anche qui, quante eccezioni. Il Carducci concorda fin troppo; scrive «sette paia di scarpe ho consumate», «che i Torinesi non han senso comune in letteratura lo so di vecchio, e n’è una prova il conte Balbo con gli spropositi che ha detti quando ha voluto parlar di lettere» (i buoni torinesi notino che quell’aggiustatissimo han indicativo, da cui la prolettica «che i Torinesi ecc.» acquista un tanto di certezza); ma scrive anche: «. ed io nella mia poca e non buona vita ho avuti e ho conoscenti moltissimi, amici pochi».

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Il Guicciardini porge un curioso esempio misto: «.poiché ritiratosi da Portovenere nel porto di Livorno ebbe rinfrescata l’armata e soldato nuovi fanti.». E ancora il Manzoni, che nella prima edizione del romanzo aveva scrupoleggiato facendo dire al Conte Zio (di Renzo): «quello che scappò dopo aver fatte, in quel terribile giorno di S. Martino, cose cose», nella seconda vene corresse in «dopo aver fatto», e non tanto per ragioni di grammatica quanto di proprietà stilistica: «Colui non sapeva che diamine Renzo avesse commesso, ed è più naturale che dica fatto, genericamente, e pigli tempo a pensare un complemento qualsiasi, un delitto di qualsivoglia sesso o numero da attribuirgli» (D’Ovidio).

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Anche la regola della concordanza del predicato con due o più soggetti, non è da intendere pedantescamente; e quando vi sia unità di concetto, saranno da imitare gli esempi di Dante («Non creda donna Berta e se Martino»; «usciva insieme/Parole e sangue»), del Petrarca («L’aria e l’acqua e la terra è d’amor piena») e di nonnetta (C’era una volta un re e una regina). Il nesso «la moglie col marito» o «il marito con la moglie» si può costruire col verbo al singolare: dipende se i coniugi sono sentiti come un tutto rimorchiato dal più forte («se ne andò»), o come due persone separate e distinte («se ne andarono»); la prima forma è più grata a udire, più consona coi tempi la seconda.

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Non finirebbe presto chi volesse esaurire quest’argomento del concordare o no, che in fondo è una questione di orecchio e di gusto. Anche perché gli si parerebbe innanzi la Sillessi o costruzione a senso («la tonditura delli suoi capelli si vendiano a peso d’oro»: qui, a caso rovesciato, con un soggetto al singolare, l’antico novellatore ha pensato a capelli e a questo plurale ha accordato il verbo), e appresso dovrebbe vedersela coi così detti «fenomeni d’attrazione», che scambiati dai superficiali per triviali spropositi, sono invece raffinati effetti di quel magnetismo che intercorre tra parole vicine.

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Dante spropositò in tal senso quando disse: «O sovra tutte mal creata plebe, Che stai nel luogo onde parlar è duro, Me’ foste state qui pecore e zebe!». Il troppo distante soggetto (plebe) esce di gioco e i due nomi del predicato pecore e zebe, in fin di verso, attraggono nel numero il tempo composto: foste state (anziché fossi stata). La regola delle concordanze insomma così torturata da eccezioni, che pare a un passo dal dissolversi.

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Leo Pestelli


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