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Le gemme dialettali

Language columnQuestioni della lingua italiana
AuthorLeo Pestelli
Date 08 febbraio 1976


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Contro le tentazioni tecnologiche, il Vocabolario italiano-piemontese
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Sono da ricevere con affezione quei documenti che conservano e tramandano, in condizioni avverse, il patrimonio delle parlate regionali: essendo provato, contro le vecchie fisime degli unitaristi, che sono reciproche queste due cose: la pietas per il dialetto e l’amore della lingua nazionale.
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Si leva dalla cintola in su, tra i piemontesisti d’oggi, Camillo Brero, che oltre a scrivere di proprio Marte, in quella lingua (come i più vogliono che la si chiami), prose poesie e saggi, se ne è fatto codificatore, dapprima propugnando coll’amico Pipin Pacòt una riforma ortografica più aderente alla tradizione settecentesca e che ormai va conquistando anche i più restii (pietra d’inciampo fu il suono della vocale italiana u significato con la semplice o senza verun segno: balon core), e poi compilando una Gramàtica piemontèisa (Ij Brandé) che si ristampa continuamente, come modello che è di lucida stringatezza.
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Quel che si diceva che non solo lingua e dialetto non repugnano tra loro, ma armonizzano, si prova vero consultando in qualche punto questa Grammatica, che produce un doppio effetto elettrizzante: verso la lingua grande e verso la lingua piccola.
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Mancava alle benemerenze breriane una fatica lessicografica, Eccola; un Vocabolario italiano-piemontese, che la «Editrice Piemonte in Bancarella» ha testé messo fuori come efficace strumento per tener vivo, dopo i soprusi fascistici i cui effetti non sono del tutto cessati, quel concetto di «bilinguismo» in cui già l’Ascoli aveva riconosciuta implicita «una posizione privilegiata nell’ordine dell’intelligenza».
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Dice il Brero, commisurando il suo sforzo a quello dei vocabolaristi piemontesi del secolo scorso, inteso, più che altro, ad avviare i lettori all’apprendimento della lingua italiana: «Oggiun vocabolario piemontese non può che essere uno strumento di conservazione per quanti soffrono l’umiliazione della cultura preordinata dall’alto e condizionata dall’economia standardizzata e materialistica».
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A tale riconversione si giunge facendo propria quella mentalità puristica che lungi dall’essere peculiare della lingua soltanto, è comune a tutte le parlature e persino ai gerghi.
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Il processo di corruzione dialetti-lingua (i così detti regionalismi) è reversibile in quello lingua-dialetti; nel nostro caso, i tanti i troppo italianismi di cui si macchia, per la stretta delle cose, il piemontese moderno.
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Cerchiamo pure Contestazione; è già sappiamo quello che ci aspetta: l’adattamento, foggiato su un lieve cambio di desinenza, contestassion.
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Cerchiamo Contachilometri.
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Che può fare il piemontese?
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Conteur chilometrich, contachilométer, contachilòmetri, l’ultimo dei quali (con la sola variante della o che suona u) ci riconduce al palo, presso a poco come fa lo smangiato contratach (c gutturale, in fine di parola, vuol l’h) rispetto a Contrattacco; se non che qui già balena un sinonimo che ha tutt’altro suono e rifà la bocca: arvangia.
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Tale che sente l’ora che batte, cercherà subito Sesso (ma non s’illuda troppo: sess), rimanendo ugualmente male per tanta povertà di esiti.
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Ma per chi saprà aprirsi la traccia verso il piemontese vero, il piemontese idiotistico (il solo che può essere vero), i compensi sono tanti.
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Il sostantivo Testa ha bensì anche in italiano dovizia di sinonimi; ma forse nessuno, nemmeno il trecentesco Cipolla, ha tanto sapore quanto il nostro ciribicòcula, spiegato dagli etimologisti come derivato da angirjculese, «inerpicarsi», incrociato con bicuchin, «berrettino» e còcula «bacca».
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E l’italiano potrà avere Vispo e quant’altro vuole, ma come non sentire il mercuriale di svicc (c palatale, in fine di parola raddoppia)?
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E così non si dirà mai abbastanza bene del giulivo ritmico baudëtte (Scampanio a festa), dove compare un suono che l’italiano non ha, la e scura o muta, da scriversi sormontata da due puntini (ë), di bërtavela (ciancia), davanè (abbraccare), ratatoi (zibaldone, ciarpame) e soprattutto di quel mirabile onomatopeico spatüss (sfarzo, sfoggio), che connesso con Spernazzare Disperdere, par veramente che fumi.
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Certo, queste e tant’altre gemme che si possono trovare nel piemontese entrandovi dall’italiano, sono velate, hanno quel che d’infelicitato che, volere o non volere, è di tutte la parlate ristrette, non assai corroborate dalla letteratura.
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Perché è vero che al largo del piemontese, dove ci conduce il Brero, e nei suoi punti più trovadorici, incontriamo il puro nesso petrarchiano «deman de sera»; ma come calato nel tono! doman de seira!
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Come che sia, questo Vocabolario delle proposizioni ancor modeste ma destinato a svilupparsi, adempie bene il doppio scopo che si è prefisso nella «Presentazione»: «offrire ai piemontesi di nascita la possibilità di risciacquare il proprio linguaggio contaminato, ed ai piemontesi di elezione una maggior facilità di acquisire ed arricchire la lingua di casa».
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Un libro insomma che ne sia di guardia contro le tentazioni della coinè tecnologica, e che meglio di tante discussioni o congressi (che magari ventilano l’abolizione della lingua in favore dei dialetti, con che si tornerebbe alla schiusa babelica e al non poterci intendere tra noi oltre a cinquanta palmi di distanza), ci restituisce il gusto e l’amore dei linguaggi nativi.
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Leo Pestelli

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