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A buon ascoltatore la Tv tiene giornalmente scuola «e contrario» circa le norme che regolano la fonetica italiana. Qui, senz’incomodo di viaggi, stando comodamente seduti, si coglie quanto di più differenziato e disastrato è nel modo di pronunziare, da bocca a bocca, i medesimi suoni.
Restringiamoci a modeste osservazioni. Ognuno sa che la S, lettera di suono veemente, ha due suoni, il primo più gagliardo, l’altro più rimesso: da che la geminazione di due ben distinte S, dette rispettivamente «sorda» e «sonora». Non mancano dizionari che applicando a quest’ultima un codino, un punto o un altro segno grafico, aiutano a distinguerla dall’altra: ma quanti sono che nella pratica del pronunziare hanno per la mente codesti segni?
Istintiva e pressoché sicura è la sonorizzazione di S in sbadato sdentato svegliare svitare ciclismo; meno sicura comincia a essere in sposa rosa accusa asilo; insicura affatto in paese e più ancora in quell’esoso che taluni, per vezzo di falsa toscanità, assordiscono senza ritegno.
E quanto a S sorda, che ha per segno di non avere segno: a pronunziare come si deve l’iniziale Saverio spirito sordo sala sale, ci arriviamo tutti, anche noi settentrionali; ma quando l’S è interna alla parola (disegno), allora la faccenda si fa seria; e per esempio nell’ambiente in cui scriviamo, aduso all’S sonora, sarebbe quasi impossibile, senza tirarsi il ridicolo addosso, persuadere che asino casa preso fumoso mese vogliono l’S gagliarda. Su questi frantendimenti circa il doppio suono di S, lasciamo stare l’uomo della strada o il politico, ma annunziatrici presentatori intervistatori e gli attori medesimi spesso inciampano, rivelando la patria regionale.
Più difficile ancora sarebbe far le giuste parti sul teleschermo tra Z sonora (dal suono simile a ds) e Z sorda (dal suono ts), trovare in serie ordinate e distinte, da una parte zaino zeffiro zigomo rezzo pranzo sfarzo ecc. (z sonora), e dall’altra zappa zecca zoppo zucca zucchero zabaione zio zinzino ecc. (z sonora), quasi intollerabili al Nord. Ma qui non è soltanto questione di glottidi privilegiate o no: c’entra anche la concorrenza tra pronunzia toscana e romana, che legittima lo strabismo fonetico frizzo (sonoro) frizzo (sordo), per citare solo un esempio fra i tanti.
Discrepanze di suono si hanno anche per C e G palatali. L’Italia e quindi la Tv è nettamente divisa tra un dice nordico (con C forte e quasi occlusiva) e un altro dice centro-meridionale (con C dolcemente sibilante che ne fa quasi un disce), tra un Luigi e un quasi Lui(s)gi.
Anche per la posizione dell’accento molti telespettatori si guastano il sangue. Hanno ragione quanto alla sdrucciolomania, di cui è fresco esempio un cerretanesco Saint-Ràphael. Ma in qualche altro caso possono aver torto. Chi si ferma alla superficie delle parole Motoscàfo (piana) e Piròscafo (sdrucciola), che hanno cera di essere composte dalla stessa maniera (un prefisso dotto, seguito da Scafo), è indotto a concludere che circa agli accenti siamo in balia del capriccio. Ma gli studiosi ficcano l’occhio nel profondo di quelle composizioni e costì trovano la ragione della differente pronunzia.
Piròscafo (mediato dal francese pyroschaphe) ha per primo elemento quel greco pyr-pyros «fuoco», che suol rendere sdruccioli i suoi composti (priòmane piròfilo pirògeno), onde non c’è ragione di eccettuarne la pronunzia di Piroscafo (scafo o imbarcazione a fuoco, cioè a vapore). Per contro Motoscàfo nasce dall’accostamento di due vocaboli paralleli, che sono moto (scorciatura di Motore) e scafo, e quindi val quanto una parola doppia che si potrebbe anche scrivere disgiunta, moto-scafo, a quel modo che sono da sentire come doppie anche motonave motocicletta motocarrozzella. Tale doppiezza importa che il secondo elemento, prevalendo sul primo, dà legge alla posizione dell’accento, il quale va a posarsi naturalmente (chi pensi alla grafia motoscafo) sulla penultima sillaba: motoscàfo.
Non qui è da collocare lo sdegno, ma nelle oscillazioni edìle-édile, salùbre-sàlubre, rubrìca-rùbrica, valùto-vàluto, irrìto-ìrrito e peggio ancora mollìca-mòllica; oscillazioni dovute all’ignoranza o all’oblio del latino, che in quelle e in tante altre parole che son sue, ha lunghe le vocali u e i nella penultima sillaba, e perciò precetta di lontano che la corrispondente voce italiana sia parossitona: edile, rubrica mollìca valùto.
Leo Pestelli
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