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I suoni delle regioni

Language columnQuestioni della lingua italiana
AuthorLeo Pestelli
Date 07 agosto 1975


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A buon ascoltatore la Tv tiene giornalmente scuola «e contrario» circa le norme che regolano la fonetica italiana.
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Qui, senz’incomodo di viaggi, stando comodamente seduti, si coglie quanto di più differenziato e disastrato è nel modo di pronunziare, da bocca a bocca, i medesimi suoni.
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Restringiamoci a modeste osservazioni.
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Ognuno sa che la S, lettera di suono veemente, ha due suoni, il primo più gagliardo, l’altro più rimesso: da che la geminazione di due ben distinte S, dette rispettivamente «sorda» e «sonora».
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Non mancano dizionari che applicando a quest’ultima un codino, un punto o un altro segno grafico, aiutano a distinguerla dall’altra: ma quanti sono che nella pratica del pronunziare hanno per la mente codesti segni?
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Istintiva e pressoché sicura è la sonorizzazione di S in sbadato sdentato svegliare svitare ciclismo; meno sicura comincia a essere in sposa rosa accusa asilo; insicura affatto in paese e più ancora in quell’esoso che taluni, per vezzo di falsa toscanità, assordiscono senza ritegno.
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E quanto a S sorda, che ha per segno di non avere segno: a pronunziare come si deve l’iniziale Saverio spirito sordo sala sale, ci arriviamo tutti, anche noi settentrionali; ma quando l’S è interna alla parola (disegno), allora la faccenda si fa seria; e per esempio nell’ambiente in cui scriviamo, aduso all’S sonora, sarebbe quasi impossibile, senza tirarsi il ridicolo addosso, persuadere che asino casa preso fumoso mese vogliono l’S gagliarda.
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Su questi frantendimenti circa il doppio suono di S, lasciamo stare luomo della strada o il politico, ma annunziatrici presentatori intervistatori e gli attori medesimi spesso inciampano, rivelando la patria regionale.
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Più difficile ancora sarebbe far le giuste parti sul teleschermo tra Z sonora (dal suono simile a ds) e Z sorda (dal suono ts), trovare in serie ordinate e distinte, da una parte zaino zeffiro zigomo rezzo pranzo sfarzo ecc.
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(z sonora), e dall’altra zappa zecca zoppo zucca zucchero zabaione zio zinzino ecc.
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(z sonora), quasi intollerabili al Nord.
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Ma qui non è soltanto questione di glottidi privilegiate o no: c’entra anche la concorrenza tra pronunzia toscana e romana, che legittima lo strabismo fonetico frizzo (sonoro) frizzo (sordo), per citare solo un esempio fra i tanti.
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Discrepanze di suono si hanno anche per C e G palatali.
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L’Italia e quindi la Tv è nettamente divisa tra un dice nordico (con C forte e quasi occlusiva) e un altro dice centro-meridionale (con C dolcemente sibilante che ne fa quasi un disce), tra un Luigi e un quasi Lui(s)gi.
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Anche per la posizione dell’accento molti telespettatori si guastano il sangue.
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Hanno ragione quanto alla sdrucciolomania, di cui è fresco esempio un cerretanesco Saint-Ràphael.
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Ma in qualche altro caso possono aver torto.
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Chi si ferma alla superficie delle parole Motoscàfo (piana) e Piròscafo (sdrucciola), che hanno cera di essere composte dalla stessa maniera (un prefisso dotto, seguito da Scafo), è indotto a concludere che circa agli accenti siamo in balia del capriccio.
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Ma gli studiosi ficcano l’occhio nel profondo di quelle composizioni e costì trovano la ragione della differente pronunzia.
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Piròscafo (mediato dal francese pyroschaphe) ha per primo elemento quel greco pyr-pyros «fuoco», che suol rendere sdruccioli i suoi composti (priòmane piròfilo pirògeno), onde non c’è ragione di eccettuarne la pronunzia di Piroscafo (scafo o imbarcazione a fuoco, cioè a vapore).
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Per contro Motoscàfo nasce dall’accostamento di due vocaboli paralleli, che sono moto (scorciatura di Motore) e scafo, e quindi val quanto una parola doppia che si potrebbe anche scrivere disgiunta, moto-scafo, a quel modo che sono da sentire come doppie anche motonave motocicletta motocarrozzella.
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Tale doppiezza importa che il secondo elemento, prevalendo sul primo, legge alla posizione dell’accento, il quale va a posarsi naturalmente (chi pensi alla grafia motoscafo) sulla penultima sillaba: motoscàfo.
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Non qui è da collocare lo sdegno, ma nelle oscillazioni edìle-édile, salùbre-sàlubre, rubrìca-rùbrica, valùto-vàluto, irrìto-ìrrito e peggio ancora mollìca-mòllica; oscillazioni dovute all’ignoranza o all’oblio del latino, che in quelle e in tante altre parole che son sue, ha lunghe le vocali u e i nella penultima sillaba, e perciò precetta di lontano che la corrispondente voce italiana sia parossitona: edile, rubrica mollìca valùto.
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Leo Pestelli

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