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Scimmiottando i francesi

Language columnQuestioni della lingua italiana
AuthorLeo Pestelli
Date 06 novembre 1975


[1]
Noi non abbiamo nulla contro i francesismi in generale, ché sarebbe delitto di lesa linguistica, ma contro quei non pochi di essi che sono piuttosto effetto di scimmiottatura che di necessità.
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S’allarga a macchia d’olio, ci avverte un lettore, l’uso di emotivo, uno di quegli aggettivi di moda che hanno specialmente fortuna sulle labbra degli uomini pubblici, dove le parole sono tanto spesso meretriculae.
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Il male di «emotivo» comincia sùbito, perché è un aggettivo da «emozione», che è il franc. émotion, il quale «ai Francesi torna e sta bene, avendo essi il verbo émouvoir e s’émouvoir, da cui il verbale; ma non così a noi, che non avendo l’uno, non abbiamo neanche l’altro» (Rigutini).
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Dirà qualcuno: ma i Latini avevano bene emovere ed emotio.
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, l’avevano; ma non già nel senso figurato dei Francesi (e in quella strabocchevole applicazione che ne fanno, onde ogni moto dell’animo, anche il più lieve, è per loro émotion), ma nel senso materiale di «muovere da».
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Barbareggiamo dicendo (anche per un nonnulla) che emozione!, e strabarbareggiamo usando dei derivati emozionante (un film emozionante) ed emozionato (balbetta perché è emozionato), participi presente e passato, con valore d’aggettivo, d’un verbo emozionare che non è nell’italiano.
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Le voci nostrane sono Commozione Commovente Commosso.
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Quasi non bastasse, aguzzando l’ingegno sui derivati, abbiamo arricchito la famiglia di nuove perle, quali emozionale (fomite, perché no? di un emozionalistico) e del nostro emotivo, tanto caro a quanti vogliono dire e non dire, siccome faceva il Conte Zio manzoniano.
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Che significherà questo «emotivo»?
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Secondo le volte: appassionato impulsivo irrazionale inconsiderato fantastico, procedente dall’umore e così via, ma con esclusione del proprio significato dell’italiano Commotivo, che è attivo, cioè «atto a commuovere».
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Ora, che è mai il parlar bene se non mettere in fuga l’ineffabile (accennato dal «secondo le volte») e dare ad ogni concetto la voce che gli appartiene?
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Peggio poi quando il francesismo è un cavallo italiano di ritorno.
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Ci s’allargò il cuore leggendo giorni fa in un giornale «il Casino di Venezia» (la casa da gioco).
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Ecco una parola che lotta per tornare alla luce nella forma genuina parossitona; bella e antica parola che nel primo significato di «casa elegante in campagna e anche in città, purché isolata e con giardino» e poi di «ritrovo, circolo» (un quissimile dell’inglese club), fu serenamente usata da generazioni d’Italiani.
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Non trema a Firenze un Casino Borghese, che nessuno si sognerebbe di pronunziare altrimenti che come si scrive.
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Ma purtroppo, con dispiacere dei portorealisti della lingua, le parole cangiano in stesse.
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Dal significato di «circolo» fu inevitabile il passaggio a quello di «casa da gioco» e, peggio, di «bisca»; dopodiché la semantica dell’innocente Casino non fece che incanaglire, insinuandovisi l’accezione, quasi esclusiva, di «casa di tolleranza».
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O bei casini nobiliari d’una volta, come decaduti!
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È naturale che col prevalere del senso peggiorativo della parola, i gerenti delle case da gioco prendessero immediati provvedimenti per non inzaccherarsene; e ciò fu di ricorrere alla fonetica del francese, dove Casino è bensì scritto come il nostro ma pronunziato casinò.
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Solo i paròanti continuano nell’antico ribrezzo che fa loro dire casinò, spaventandoli dal trasferire l’accento anche le locuzioni assolute e disoneste «è un bel casino, far casino e sim.», oltreché i novi derivati «incasinire-incasinare, incasinirsi-incasinarsi».
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Ma soppressa ormai da un pezzo l’istituzione, anche quei traslati passeranno.
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Leo Pestelli

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