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Cerco dei mondiali

Language columnQuestioni della lingua italiana
AuthorLeo Pestelli
Date 6 luglio 1974
NewspaperLa Stampa
Publication placeTorino
Publication countryItalia
Page3
Column2-4


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Dov'è, se non nel gergo sportivo anzi calcistico, è dato udire e, quello che è più, intendere: regalare il disimpegno, chiedere il triangolo, sfruttare i corridoi e altrettali espressioni esoteriche?
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L'avventura degli Azzurri al «trofeo iridato» si è conclusa presto e male; e poiché da quella fatale domenica la nazione è stata televisivamente invitata a fare un «esame di coscienza», non sarà male che questo si estenda anche a qualche considerazione di lingua.
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Ci è occorso di seguire sui teleschermi francesi alcune partite di Coppa e di notare come il tono di quei commentatori sia affatto diverso da quello dei nostri.
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Dipenderà che i Francesi non hanno, come abbiamo noi, «il calcio addosso»: certo è che lo illustrano in quella forma distaccata e magari un po' béte, aiutata da gridolini e da esclamazioni (oh ! quando il pallone rasenta i pali), che tuttavia riflette la commozione di uno spettatore ingenuo e mantiene lo spettacolo, così illustrato, nei limiti di un divertimento.
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Il nostro stile (esemplato già su Carosio e oggi su Martellini) è incomparabilmente più serio dottorale e tecnicamente ferrato, e ove le cose sul campo non si mettono bene, vi tremano dentro, in un diluvio di papere, le sorti della Patria.
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Così doveva essere, nel Senato Romano, quando Catilina congiurava o Annibale era alle porte.
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Come risanare lo sforzo del calcio senza cominciare dal linguaggio con cui si esprime, così fitto di marchingegni verbali (in questo davvero siamo i migliori del mondo), così nazionalisticamente ombroso, così remoto dall'idea universa e in fondo e ilare di sport?
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O c’inganniamo, o sostenuti da toni linguisticamente più modesti, che restituissero l'oggetto alle debite proporzioni di un gioco di destrezza, i nostri calciatori finirebbero forse col giocare meglio.
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Sempre più il nostro gergo calcistico risente di una montatura di tono, effetto ancora di dannunzianesimo, ma congelato in formule.
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Si vede la sorte di certi verbi sistematicamente portati sopra le righe: concludere per Segnare un punto, stracciare per Stravincere.
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Ma soprattutto è indicativa la fortuna, rinverdita durante la spedizione in Germania, del verbo soffrire dell'aggettivo sofferto.
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Le cose stanno così: Soffrire, dal latino popolare sufferire, che rifà il classico sufferre, vale propriamente «soffrire sotto, sopportare».
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In buona lingua si prende per Comportare (onde Farinata fu il solo a opporsi «... colà dove sofferto Fu per ciascun di torre via Fiorenza»), per Patire Condonare Sostenere e anche Aspettare o Indugiare («Poco sofferse: poi disse: Che pense?», Dante, Purg. XXXI).
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Nella applicazione più comune, che è Soffrire dolori molestie tormenti pene, vende in modo assoluto Soffrire, esteso anche ai frutti e agli animali, e popolarmente rigirato come contro quelle persone la cui compagnia è sentita come un patimento: non lo posso soffrire.
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I letterati posero mente all'aggettivo participiale sofferto, e con eleganza cominciarono a dirlo di opera d'arte o altra manifestazione dello spirito che risultasse frutto di profondo travaglio interiore; una poesia, una musica sofferta.
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Agli sportivi non è parso vero di fare lo stesso, è sgombrata la mente di Stentato, Travagliato, Faticoso e Sudato (che pure bastò a un Leopardi) ci hanno impresso a fuoco, quale causa di tutte le disgrazie, «la sofferta Vittoria con Haiti», e lo stesso Chiarugi, «cavallo matto» ma linguisticamente disciplinato, parlò d'una Polonia che aveva sofferto con l'Argentina, e avrebbe sofferto anche con noi se
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(omissis).
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Così le marcature si soffrono, e una squadra che sia costretta a rimontare uno svantaggio di punti, è più veracemente vista «in istato di sofferenza», tanto ha perso piede l’accezione sadico sportiva dell'antico Sofferire.
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Troppe altre sforzature si potrebbero osservare: un giocatore, appena appena ostacolato nei suoi movimenti, è danneggiato come un edificio; colpito sodo, per audace ellissi, si strappa e buona notte.
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Che poi scriva naturalmente bene ma voglia secondare questa tendenza all'enorme, giungerà fino agli «obnubilamenti caratteriali di Rivera» (altra causa dello sfacelo), ch'è un'uscita dotta su cui non c'è nulla da dire, ma che così lanciata nell'aringo giornalistico-sportivo (un'accademia perennemente assetata di forme nuove), può diventare in mani altrui un razzo abitudinario, una formula di più sulle tante che già ci affliggono.
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Leo Pestelli

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