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Il “tavolo” del Manzoni

Language columnQuestioni della lingua italiana
AuthorLeo Pestelli
Date 04 agosto 1976


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Racconta Michele Barbi come in una ristampa dei Promessi Sposi del 1852, la signora Emilia Muti, ch’era stata fra i corresponsabili della risciacquatura dei famosi cenci in Arno, avesse notato con meraviglia come vi si leggesse al C.
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VIII «tappeto della tavola o del tavolino», e ne scrivesse tutta sollevata al Manzoni, che prontamente le rispose «Alle gambe di quel tavolo meriterebbero d’esser legati uno da una parte e uno dall’altra, l’autore e chi l’ha aiutato a correggere. Come diamine sia nato un caso simile, che, essendo stato toscano nella 1a edizione, io mi sia rifatto lombardo nella 2a, non lo so intendere».
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(Veramente fiorentino con «tavolino» era stato anche nella edizione; dové trattarsi d’un trascorso del compositore del 52 che saltò due lettere senza’accorgersene).
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Importa notare come la lingua cammini.
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Chi non si serve oggi della parola tavolo, sentita come italiana e necessaria?
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Eppure, fino a non molto tempo fa, era considerata un brutto provincialismo che l’uso amministrativo del Regno Italico aveva abusivamente introdotto nell’italiano-toscano.
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E se ne guastavano i sonni dei manzoniani di stretta osservanza e se ne rodevano i puristi.
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Ecco come la concia il Fanfani-Arlia: «Tavolo: voce muschiata che dai dialetti dell’Italia superiore, fu abboccata fino a Capo Spartivento, in grazia dell’unità della linguaerrata».
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E di rincalzo il Rigutini: «Tavolo non si conosce in Toscana, è della lingua comune: ma solo di qualche provincia. Ma il tavolino? Oh questo non è da tavolo, ma da tavola, come seggiolino è da seggiola e non da seggiolo, che non esiste. Sono figliuoli di madre senza padre».
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Sicuro.
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Tavolo, questa parola di uso ormai così comune non solo in falegnameria e nelle occorrenze domestiche, ma anche e più in politica e soprattutto in diplomazia, dove il «sedersi intorno a un tavolo» simboleggia la via regia delle trattative, delle negoziazioni e insomma della pace di contro alla brutta alternativa della guerra; questo tavolo così comodo nel proprio e così provvido nel figurato, non è e non fu mai nella lingua italiana.
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Come possa stare che una parola non abbia diritto di vita e trionfi (in un «Carosello» si trascorse a chiamar tavolo sin la tavola da desinare) e uno di quei misteri davanti a cui il purismo si chiude a ostrica, contento di pensare che la purità della lingua, siccome la voce della coscienza, non può esser mai fatta tacere.
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Il Tommaseo-Bellini la ignora affatto; il Petrocchi l’ammette di traverso come «non popolare comune»; i moderni lessicografi la tassano di spura e non mancano di sconsigliarla.
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È probabile che tavola essendo prevalentemente quella dove si mangia, tale connotazione l’abbia precipitata nella stima dei politici, che pure hanno lor cene e colazioni di lavoro (ma ogni cosa a suo tempo), facendo loro preferire tavolo, ove non cade sospetto mangereccio.
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Eppure nessuno direbbe «il tavolo della salvezza», «il tavolo delle leggi»; e si è tuttavia conservata, nella sua forma storica, «la tavola rotonda».
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Il Panzini si ribellò all’interdizione di Tavolo.
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«Ma io sto al tavolo tutta la mattina, e io vado a tavola alle otto. E allora?».
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E allora, gli fu rimbeccato, uno scrittore che sta al tavolo è doppiamente biasimevole, perché se non lo sa lui che il mobile dove si studia o si lavora si dice tavolino da scrivere o tavolino semplicemente, con valore di diminutivo positivato e che in ogni caso c’è anche l’antica scrivania, chi l’ha da sapere?
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Come si vede non sarebbe difficile sfruttare dalla lingua quel maschile tavolo che ci sta a dispetto: a dispetto dei puristi ma anche un po’ suo, perché una parola che sappia d’essere riprovata, di non avere esempi nel Triumvirato in verum classico, di non trovar tetto nei dizionari, di dover vivere alla macchina, può bensì ridersi di tutto questo, ma non se ne può dimenticare.
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E succedendo il silenzio, quando le altre parole onestamente si rilassano, lei frigge e friggerà sempre del complesso del «provincialismo».
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Leo Pestelli

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