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Buono ma non babbeo

Language columnQuestioni della lingua italiana
AuthorLeo Pestelli
Date 04 maggio 1975


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È bene non abusare, specialmente nella prosa discorsiva, dove il numero non ha molt’importanza, di quegli Aggettivi che per non venire così essenziali e necessari a determinare i nomi con cui si accompagnano, si pongono prima del nome in funzione di Epiteti esornativi; i quali, o perché brutti in (come il fastidiosissimo grosso) o perché tautologici («un nuovo aneddoto», bastando dire Aneddoto) o perché la evoluzione semantica ha loro dato senso equivoco, non giovano all’espressione o addirittura le nocciono.
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Uno di questi epiteti grava sulla vita d’un nostro corrispondente, il quale si lagna con noi di non essere altrimenti designato, da parenti e amici, in casa e all’ufficio, che come «il buon Cichin», dove quel Buono, tuttoché troncato e sfuggente, gli torna pesante e amaro come un’attestazione d’inferiorità.
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Secondo grammatica formale si può rispondere: non potrebbe darsi che gl’intrinseci del detto Francesco, conoscendo la bontà del suo animo, non lo chiamino così, in buona fede, come si dice bianco al bianco e nero al nero?
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Perché voler tirare al peggio l’aggettivo Buono?
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Il frantendimento di questo vocabolo, il fargli dire altro da quello che dice, è forse cominciato presso gli artisti (irritabile genus), che scindendo lo spirito dalla lettera, tendono a considerarlo ripiego eufemistico per Dappoco, Mediocre, e perciò se ne adombrano.
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Ora non si nega che molti critici d’arte vi ricorrano quando vogliono chiudere in forma obliqua quel giudizio poco favorevole che in altre circostanze si sentirebbero di dare.
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«Il buon Toscanini» nessuno lo avrebbe mai detto.
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Ma il caso dello scrivente non rientra nella critica estetica dove veramente la bontà non ha che fare; chi lo dice buono, può voler intendere: di buona indole, mite, gentile, simpatico e altrettali cose lusinghiere.
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L’estensione di «buono» a «babbeo», se può valere in qualche caso non può servire a tutti.
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Presa assolutamente, è per lo più stiracchiatura imposta dall’umore di chi ascolta, epperò inaccettabile a priori.
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Troppi «si può» e «si potrebbe» nella nostra argomentazione!
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E allora voltiamoci da un’altra parte.
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Nell’italiano antico la parola Buono non si prestava a questi risentimenti d’amor proprio, che sono il risultato di una lingua mai ferma, adoperata a caso.
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Allora Buono voleva anche dire, o soprattutto, Eccellente, bravo nell’ufficio o nell’arte propria.
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Tale il retto senso del tormentatissimo «buon Barbarossa» di Dante (quando non si potrebbe sostenere che quell’imperatore fosse buono), come anche del suo «buon Augusto» e (nella Vita Nuova) del suo «buono Omero».
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Più addietro, in Brunetto Latini, si trova «il buono Achilles», «il buon Ettore troiano», «il buon Tullio romano».
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Ora tutti questi «buono» stanno manifestamente per Eccellente valente egregio e simili epiteti laudativi, al qual senso, violentando appena un po’ l’evoluzione linguistica, non sarebbe difficile ricondurre anche «il buon Cichin».
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Non si faccia come le donne più vane, che s’hanno a male d’esser dette «buone», sia in posizione debole («sei una buona donna»), sia, e forse più, in posizione forte («sei una donna buona»).
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Aggettivi con siffatta elasticità di significato spesseggiano nell’italiano classico: Cattivo, nel traslato, vi voleva dire Infelice, o anche Vile.
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Tristo si prendeva tanto per Malinconico (il nostro Triste) quanto per Vizioso; Meschino per Schiavo o Infelice; Doloroso non significava soltanto Afflitto ma anche Malvagio (i dolorosi figli).
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In queste maglie così larghe, il passaggio da Buono a Imbecille o poco meno, è tutt’altro che irresistibile; e anzi il primo termine può trionfare sul secondo, significando per l’appunto il suo contrario.
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Lo studio storico della lingua ci solleva dalle angustie del sincronismo, ci allarga la veduta semantica, ci aiuta a interpretare i detti altrui («il buon Cichin») molto meglio che non sappiano fare coloro stessi che li proferiscono.
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Leo Pestelli

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