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Un gioco crudele è domandare a bruciapelo come si dicono gli abitanti di questa o quella nazione regione città o paese del vasto mondo. Gli aggettivi geografici sono tanti, e spesso così curiosamente formati (e il perché di ciascuno richiederebbe lunghi esami particolari, che, levati i casi più facili, anche le persone più colte sono spesso costrette a indovinare o girare intorno.
Quando si sappia che le desinenze più usitate sono nell’ordine: -ese (torinese), -ano oppure -iano -igiano -itano (romano veneziano marchigiano cagliaritano), -ino (parigino) e per variante -eno (madrileno), -asco (cremasco), e poi ancora -ate (assisiate) -atico -olo- eo -ita -ota ecc., si tratterà poi di saperle aggiustare caso per caso: bengasino (di Bengasi), filadelfiese (di Filadelfia), campobassano (di Campobasso), odessita (di Odessa), e di tener conto delle varianti: polese o polano (di Pola), limano o limeniano (di Lima), monzasco o monzese (di Monza); e poi ancora delle alterazioni morfologiche; malgascio (del Màdagascar), cuorgnelese (di Cuorgnè), viucese (di Viù), potuense (di Oporto), rodense (di Rodi), gaditano (di Cadice), poliziano (di Montepulciano), domense (di Domodossola), brissinese (di Bressanone), sammaritano o sammarese (di Santa Maria Capua Vetere), nisseno (di Caltanissetta); e infine di quei molti rialzi dotti o capricciosi onde quel di Danzica si dice gadanese, quel d’Ivrea eporediese, quel di Città di Castello tifernate, quel di Rio de Janeiro carioca (ma se della regione, fluminiese) ecc.
Anche si dovrà sapere che abitanti di città omonime si distinguono dalla desinenza: monegasco (Granducato di Monaco) – monacense (Monaco di Baviera), reggiano (Reggio Emilia) – reggino (Reggio Calabria), ragusano (Ragusa di Sicilia) – raguseo (Ragusa di Dalmazia), nizzardo (Nizza di Francia) – nizzese (Nizza Monferrato).
Non ne va dell’onore grammaticale se uno non conosce l’appunto tutti gli aggettivi geografici, che è impresa quasi impossibile. Ma gli oratori, massime gli oratori di ringhiera, lasciano magari il resto, ma si applichino fortemente a questo capitolo di lingua, che è importantissimo per la felicità dell’attacco: O Bustocchi! O Anziati! O Calatini dilettissimi! (Caltagirone), O compagni Camerti! (Camerino), O Segusini sempre vicini al nostro cuore! (così quel di Susa, e non già susuni), Sciacchitani, uditemi! (Sciacca) e via tonando con la massima esattezza.
* Un nostro titolo che diceva «I parchi per salvare la Liguria disastrata», ha fatto dar nei lumi la lettrice torinese A. D «Chi più disastrata: la Liguria o la povera lingua italiana? Oh disastrati noi! Disastratissimi saluti ecc.»
Adagio ad anatemizzare questo o quel vocabolo solo perché suona nuovo o strano; non tutti i desostantivali sono impiastri del tipo evidenziare contattare ecc.; alcune voci moderne hanno faccia di menzogna, che sono invece antiche e sincere.
Tale è Disastrare (da Disastro), che in senso attivo di Rendere altrui infelice, Recare sventura, Portare gran pregiudizio e sim., è registrato in quell’arca santa della lingua italiana che è il Tommaseo-Bellini, con rincalzo di esempi antichi e moderni «Se Dio benedetto mi concederà prole, stimerò di non aver disastrata… la casa mia» (Doni): «fiere epidemie che hanno disastrato la povera Valdinievole»; «tu mi disastri con questa spesa». Fu anche usato assolutamente: «All’armi dunque, l’indugiar disastra» (Fagioli), e in senso riflessivo per Cagionarsi danni d’interessi: ti vuoi disastrare per quel monello?
Nell’uso moderno prevalgono le forme passive e il participio passato Disastrato: i disastrati dall’alluvione, i disastrati del terremoto; il che viene a dire che noi usiamo più discretamente di quel verbo che non facessero i nostri padri. Nulla di male è dunque nell’espressione «Liguria disastrata» (con allusione ecologica), come nulla di male sarebbe nel dire che «le mogli spenderocce disastrano la famiglia» (e, oggi come oggi, anche l’economia nazionale).
Leo Pestelli
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