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Per oratori da ringhiera

Language columnQuestioni della lingua italiana
AuthorLeo Pestelli
Date 03 settembre 1974


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Un gioco crudele è domandare a bruciapelo come si dicono gli abitanti di questa o quella nazione regione città o paese del vasto mondo. Gli aggettivi geografici sono tanti, e spesso così curiosamente formati (e il perché di ciascuno richiederebbe lunghi esami particolari, che, levati i casi più facili, anche le persone più colte sono spesso costrette a indovinare o girare intorno.

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Quando si sappia che le desinenze più usitate sono nell’ordine: -ese (torinese), -ano oppure -iano -igiano -itano (romano veneziano marchigiano cagliaritano), -ino (parigino) e per variante -eno (madrileno), -asco (cremasco), e poi ancora -ate (assisiate) -atico -olo- eo -ita -ota ecc., si tratterà poi di saperle aggiustare caso per caso: bengasino (di Bengasi), filadelfiese (di Filadelfia), campobassano (di Campobasso), odessita (di Odessa), e di tener conto delle varianti: polese o polano (di Pola), limano o limeniano (di Lima), monzasco o monzese (di Monza); e poi ancora delle alterazioni morfologiche; malgascio (del Màdagascar), cuorgnelese (di Cuorgnè), viucese (di Viù), potuense (di Oporto), rodense (di Rodi), gaditano (di Cadice), poliziano (di Montepulciano), domense (di Domodossola), brissinese (di Bressanone), sammaritano o sammarese (di Santa Maria Capua Vetere), nisseno (di Caltanissetta); e infine di quei molti rialzi dotti o capricciosi onde quel di Danzica si dice gadanese, quel d’Ivrea eporediese, quel di Città di Castello tifernate, quel di Rio de Janeiro carioca (ma se della regione, fluminiese) ecc.

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Anche si dovrà sapere che abitanti di città omonime si distinguono dalla desinenza: monegasco (Granducato di Monaco) monacense (Monaco di Baviera), reggiano (Reggio Emilia) reggino (Reggio Calabria), ragusano (Ragusa di Sicilia) raguseo (Ragusa di Dalmazia), nizzardo (Nizza di Francia) nizzese (Nizza Monferrato).

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Non ne va dell’onore grammaticale se uno non conosce l’appunto tutti gli aggettivi geografici, che è impresa quasi impossibile. Ma gli oratori, massime gli oratori di ringhiera, lasciano magari il resto, ma si applichino fortemente a questo capitolo di lingua, che è importantissimo per la felicità dell’attacco: O Bustocchi! O Anziati! O Calatini dilettissimi! (Caltagirone), O compagni Camerti! (Camerino), O Segusini sempre vicini al nostro cuore! (così quel di Susa, e non già susuni), Sciacchitani, uditemi! (Sciacca) e via tonando con la massima esattezza.

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* Un nostro titolo che diceva «I parchi per salvare la Liguria disastrata», ha fatto dar nei lumi la lettrice torinese A. D «Chi più disastrata: la Liguria o la povera lingua italiana? Oh disastrati noi! Disastratissimi saluti ecc.»

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Adagio ad anatemizzare questo o quel vocabolo solo perché suona nuovo o strano; non tutti i desostantivali sono impiastri del tipo evidenziare contattare ecc.; alcune voci moderne hanno faccia di menzogna, che sono invece antiche e sincere.

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Tale è Disastrare (da Disastro), che in senso attivo di Rendere altrui infelice, Recare sventura, Portare gran pregiudizio e sim., è registrato in quell’arca santa della lingua italiana che è il Tommaseo-Bellini, con rincalzo di esempi antichi e moderni «Se Dio benedetto mi concederà prole, stimerò di non aver disastrata la casa mia» (Doni): «fiere epidemie che hanno disastrato la povera Valdinievole»; «tu mi disastri con questa spesa». Fu anche usato assolutamente: «All’armi dunque, l’indugiar disastra» (Fagioli), e in senso riflessivo per Cagionarsi danni d’interessi: ti vuoi disastrare per quel monello?

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Nell’uso moderno prevalgono le forme passive e il participio passato Disastrato: i disastrati dall’alluvione, i disastrati del terremoto; il che viene a dire che noi usiamo più discretamente di quel verbo che non facessero i nostri padri. Nulla di male è dunque nell’espressione «Liguria disastrata» (con allusione ecologica), come nulla di male sarebbe nel dire che «le mogli spenderocce disastrano la famiglia» (e, oggi come oggi, anche l’economia nazionale).

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Leo Pestelli


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