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I verbi più capricciosi

Language columnQuestioni della lingua italiana
AuthorLeo Pestelli
Date 3 aprile 1973
NewspaperLa Stampa
Publication placeTorino
Publication countryItalia
Page3
Column3-6


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Sono quelli della terza coniugazione: consentono starnuto e starnutisco, aborro e aborrisco, persino salgo e salisco Quando i padri amano troppo lantica Roma
[2]
Un lettore tormentato dalla tosse, ha posto mente, nell’insonnia, al quesito se si abbia a dire «io tossisco» oppure «io tosso».
[3]
I verbi della terza coniugazione in –ire vogliono attenzione, perché vi si può frammettere, nelle tre persone del singolare e nella terza del plurale dei tre presenti (indicativo congiuntivo e imperativo), l’infisso –isc- (colp-isc-co, colp-isc-a, colp-isc-ano ecc.), il che rappresenta un’anomalia rispetto alla coniugazione regolare (part-o, part-a, part-ano ecc.).
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Da tale infisso i verbi che lo hanno sono detti incoativi (dal lat. inchoare, cominciare), e il nome è rimasto anche se essi non esprimono più (come nei latini patesco, sto aperto ossia comincio a stare aperto, e dormisco, mi addormento ossia comincio a dormire) l’azione considerata nel suo principio.
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Così oggi non sentiamo più differenza tra nutro e nutrisco, starnuto e starnutisco, tosso appunto e tossisco (questo più frequente), aborro e aborrisco e così via; la scelta dell’una piuttosto che dell’altra forma o dipende dall’ambiente linguistico o è lasciata all’orecchio, cui per esempio, in caso di tosse che va per le lunghe, torna meglio la forma incoativa (quanto tossisci!), e non perché incoativa ma perché appunto più lunga.
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La grande maggioranza dei verbi in –ire hanno rigorosamente forma incoativa (colpire intuire finire gradire esaudire allibire ecc.); altri soltanto la forma regolare (coprire bollire servire vestire aprire dormire); altri hanno ambedue le forme (oltre ai citati, ruggire languire inghiottire muggire eseguire), talvolta con cambiamento di significato (parto, vado via, partisco, divido); e altri finalmente, accanto alla forma regolare che ha prevalso, affacciano ancora, qua e , la forma incoativa.
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Avvertisco (per Avverto) ha esempi nel Caro e nel Borghini; ma è addirittura costante nel Vico cui troppo doveva quella forma tanto più corpulenta e quasi superlativa rispetto all’altra: «Gli uomini prima sentono il necessario, di poi badano all’utile, appresso avvertiscono il comodo».
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Cucisco (per Cucio), non perché riprovato come dialettale, è del tutto morto in bocca a ingenue cucitrici; senza che, se ne giovarono il Dossi e il Silone.
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E che dire di salisco (per Salgo), elevato a dignità di anafora e di parola-rima nei versi di Palazzeschi: «Salisci, mia Diana, salisci, / salisci codesto scalino, / salisci, non vedi è bassino, / bassino bassino, salisci» (Diana), vera e propria «fuga» intorno al motivo verbale, dopo la quale non sarà più possibile dimenticare l’uscita Salisco?
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Per lo scrittore, e in piccolo anche per noi, non c’è l’usato o il disusato, ma soltanto il conveniente.
[11]
Avvertono invece di avvertiscono avrebbe illanguidito la «dignità» vichiana; Sali invece di salisci avrebbe distrutto il gioco ritmico del poeta.
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Ma si badi ai doppioni dimagro-dimagrisco, starnuto-starnutisco, coloro-colorisco, impazzo-impazzisco, ringulluzzo-ringalluzzisco e altri simili. codesti non sono uscite diverse dallo stesso verbo, come nel caso discorso fin qui, ma uscite regolari di verbi appartenenti a differenti coniugazioni: dimagrare-dimagrire, starnutare-starnutire, colorare-colorire ecc.
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Essi costituiscono il gruppo più accessibile dei verbi così detti «sovrabbondanti», e insieme fanno la disperazione dei sinonimisti, i quali, pur chiamandosi così, non tollerano sinonimi.
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Fatto è che l’uso li riceve in significato quasi identico e che lo stesso Tommaseo, implacabile nel segnare differenze, lascia che si starnuti ( coniug.) o si starnutisca () a piacer nostro.
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Ma non così mena buono lo scambio dimagrire-dimagrare, notando che il primo soltanto è proprio di persone e animali, laddove il secondo (neutro) suol dirsi anche d’un terreno o altro oggetto non animato.
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L’amica che dice all’amica già magra: «sei dimagrata», commette dunque una doppia scorrettezza; dica almeno: «sei smagrita», che (s intensiva) dice un po’ di più.
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S’intende il fascino esercitato dall’onomastica romana; ma un lettore, voluto battezzare dal padre (forse avvocato) Cicerone, e per ciò dileggiato dai compagni d’infanzia e quindi trinceratosi dietro l’abbreviativo Cice in cui ancora persevera ma non senza incontrare difficoltà trattando con pubblici ufficiali, ci scrive uno sfogo sui capricci onomastici dei padri ricadenti in capo alla prole.
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Quel padre, quando avesse avuto a mano il «Come ti chiami?» dello specialista Euclide Milano, avrebbe facilmente conosciuto che in quelle filze di nomi che la romanità classica ci ha tramandato (Tiberio Sempronio Gracco, Marco Tullio Cicerone, Caio Giulio Cesare e via dicendo), ognuno di essi aveva un valore particolare; che il primo, o prenome, quale bastava nell’età eroica, serviva a distinguere l’individuo, era insomma l’equivalente del nostro nome personale o di battesimo; che il secondo, o nome, fattosi poi ben più importante del prenome, indicava la stirpe, la casata, la gens, di cui era il distintivo, portato da quanti ne facevano parte, uomini donne fanciulli liberti e clienti; corrispondeva insomma a quello che noi chiamiamo nome di famiglia o casato.
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Riponiamoci davanti alle nostre filze: Tiberio Marco Caio sono i prenomi; Sempronio Tullio Giulio sono i nomi di famiglia.
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Ma che cosa saranno allora i terzi elementi che ridondano, di Gracco, di Cicerone, di Cesare?
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Erano soprannomi, divenuti necessari dopo che, moltiplicatisi i membri e le ramificazioni d’una stessa gens o famiglia, furono dovute introdurre nuove suddivisioni.
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Ora si vuole da molti che il soprannome Cicerone derivasse da un cicer, escrescenza carnosa sul viso in forma di cece.
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Fu gala che il babbo del lettore, facendo così una pasta tra prenomi nomi e soprannomi, non s’invaghisse di Nasone, ch’era appunto il nomignolo di Publio Ovidio, il grande elegiaco.
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Dall’abbreviatura così poco dignitosa di Cice, isolante il «cece», e dalla sua probabile conversione, appresso i più intimi, in Cicci, adottata la prima come male minore, tollerata la seconda come lenitivo di quel male, si può agevolmente comprendere dove vada spesso a finire la boria onomastica dei genitori.
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Leo Pestelli

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