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Difficile considerare il passato

Language columnQuestioni della lingua italiana
AuthorLeo Pestelli
Date 02 luglio 1975


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Quando ci voglia il passato prossimo e quando il passato remoto, è questione sempre viva: posto che mezza Italia è ancora in guerra coll’altra a proposito dello scambio dell’un tempo coll’altro: ieri ho detto (Nord); oggi feci (Sud).

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Passato prossimo e passato remoto sono due modi diversi (e non i soli) di considerare il tempo passato: col primo si riguarda l’azione compiuta, ma ancora in relazione col presente; col secondo, che meglio spiega l’esser suo colla intera denominazione di «passato perfetto remoto», l’azione è appunto riguardata come perfetta, conchiusa, non più mista d’alcun presente.

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Che il passato prossimo sia già a cottura dopo trascorso ventiquattr’ore (ieri lessi, ieri vidi, ieri andai), e che per converso l’ora canonica per cominciar a buttar giù il passato prossimo sia la mezzanotte precedente al giorno in cui parliamo (stamani mi sono svegliato male), è regoletta in fondo veritiera ma non da prendere troppo sul serio, perché può sedurre alla falsa opinione che la distanza del fatto di cui si parla, dal presente, sia in criterio risolutivo per la scelta fra l’uno e l’altro tempo.

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In verità il passato prossimo torna proprio sia che si parli di avvenimenti del giorno sia di cose accadute al tempo di re Pipino, ma che, pur così lontane, durino ancora nei loro effetti e siano in qualche modo presenti a noi (Gesù Cristo, dirà il credente, è morto per la salvezza del genere umano); come pure cade acconciò quando il fatto sia, da chi parla, riferito a un periodo di tempo, sia pur lunghissimo, il quale dura tuttora (in questo secolo non si è avuta un’ora di bene).

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Per questo suo guardare al passato con l’occhiolino e l’interesse del presente, il passato prossimo (prossimo in senso soprattutto ideale) fu acutamente definito «il passato del presente». E perché l’interesse può esserci e non esserci, tanto si potrà dire «Nonna morì intestata», quanto «è morta intestata»: ma con la prima maniera enunciamo un semplice dato di fatto; con la seconda facciamo capire, espressamente o fra le pieghe, che la cosa ha avuto conseguenze per noi: non ereditammo come si sperava.

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Per contro il passato perfetto può anche riferirsi a un fatto relativamente vicino, purché esso non abbia più alcuna relazione col momento in cui parliamo: «E già iernotte fu la luna tonda» (Dante). Ma ciò non entra a molti italiani del Nord; non entra a quei giornalisti che troppo abusano del passato prossimo in funzione di perfetto (Marilyn Monroe è morta in tal giorno mese e anno), e non entra nemmeno, purtroppo, a certi compilatori di testi scolastici: Annibale ha vinto i Romani a Canne.

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Ci vuole accortezza. Anche quando sembra che gli usi si possono scambiare, c’è differenza «Io nacqui», se si considera il fatto della nascita per ; «io son nato», se il nascimento è preso per il principio della vita che dura tuttora. E poi è anche questione di temperamento, come bene osserva il Peruzzi. «Io raccontai subito» dice aoristicamente Lucia al III° dei «Promessi sposi», «A chi hai raccontato?» incalza Agnese, che sente la cosa nel vivo (il passato del presente!). E sia pure riprovevole il «Che fu?» del Siciliano immediatamente successivo a una botta, a uno scoppio. Ma come non sentirvi una punta fatalistica e quasi l’abito, in potenza, dell’istorico puro?

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Accortezza ci vuole anche a non cadere, per fuggire un abuso, nell’abuso contrario. Notò il Pasquali come nella prima pagina di Cuore del De Amicis sono alcuni passati perfetti che a orecchio toscano, anzi italiano, suonano stonati: «Passarono come un sogno quei tre mesi di vacanzaMia madre mi condusse questa mattina alla sezione Baretti»; «Lo rividi con piacere quel gran camerone a terrenodove passai per tre anni quasi tutti i giorni». È chiaro che l’Autore, sapendo che i Piemontesi abusano del passato prossimo, ha voluto correggersi. Ma passò il segno, riuscendo meridionalmente affettato. Più tardi, divenuto lo scrittore purgato che fu, avrebbe certo tato il «tempo» giusto al piccolo scrivente diaristico di «Enrico»: sono passati, mi ha condotto, ho rivisto

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I Latini avevano solo il perfetto (Veni vidi vici); i Francesi hanno anche loro passato prossimo e remoto, ma li trattano indifferentemente. Noi soli, più responsabili e infelici, dobbiamo saperli distinguere e alternare.

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Leo Pestelli


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