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Le parole in “ismo”

Language columnQuestioni della lingua italiana
AuthorLeo Pestelli
Date 02 marzo 1975


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«Verismo idealismo realismo dottrinarismo spiritualismo materialismo, e tutte quelle parole che finiscono in ismo mi sono sovranamente antipatiche. Mi sembrano aggettivi peggiorati nel sostantivo: una esagerazione, una caricatura del loro sostantivo. Voglio il puro non il purismo, la dottrina non il dottrinarismo, spirito e non spiritualismo, materia e non materialismo, vero e non verismo. Questi nomi non corrispondono alla verità delle cose; la natura è più ampia e non può essere compresa ivi dentro» (De Sanctis).

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Ma la deplorazione di tanto uomo, fatta quand’era ancor tempo del «principiis obsta», non è servita a nulla, e anzi dopo di allora la parola in -ismo, sfuggita al vaglio dei lessicografi e coniabile a frullo da ogni parlante, non ha fatto che prosperare. E si capisce. Benché nasca dal greco, e molte parole dell’antichità greca così terminate siano passate da un pezzo all’italiano (catechismo esorcismo idiotismo barbarismo), quel suffisso, oggi significato a parole per stante (l’ismo, gl’ismi), ha un «indice di gradimento» affatto moderno, in quanto è il suffisso proprio dell’età bizantine in cui si pare la vichiana «barbarie della riflessione» o, per dirla col Leopardi, «la misera spiritualizzazione delle cose umane». Fatto sta che coll’ismo un astratto cade sull’altro (idea idealità idealismo) e alla fine ci par di cogliere il fiore dell’astruso, così inutile in politica e in altri settori.

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Secondo una stitica definizione, esso denoterebbe «dottrina, setta», oppure «modo di dire, di fare, di pensare». Ma ci vuol altro. Con atlantica fatica, ma forse già «datata» e insufficiente, il Migliorini ha riconosciuto e distinto molte famiglie di «Ismi»: imperfezioni fisiche (cretinismo); concezioni filosofiche e religiose (la più fiorente); movimenti letterari e artistici; movimenti politici; attitudini sportive; «quel tutto che si riferisce a un mestiere» e altre ancora, non dimenticando la famigliuola degli «ismi» dispregiativi (virtuismo, scientismo; e in critica marinismo, pascolismo).

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Ma è ancora un censimento stretto, giacché, per non molti «ismi» che sono necessari o utili, se ne fanno tuttavia moltissimi di superflui, destinati a gettar polvere negli occhi dietro al paravento di una malintesa laconicità (vittimismo: l’atteggiarsi a vittima; isolazionismo: la politica dell’isolamento; immobilismo trionfalismo e tanti altri). Meno male i faceti (pantofolismo caporalismo zitellonismo), gl’ingegnosi (ipsedicitismo benpensantismo) da servire sull’attimo; gli esoterici (difficilismo: la repugnanza a parlar semplice, significata «e contrario»). Ma che abusivismo (edilizio o altro) confusionismo spontaneismo dicano più che Abuso Confusione Spontaneità, è da dubitare; come è certo che chi «si chiude nel più rigoroso mutismo», dura quell’ingrata fatica perifrastica solo per la spocchia di quell’ismo che mette la scienza patologica dove non ci sta.

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Taluno è mal formato: assenteismo; cioè formato, con l’intrusione dell’e, non su Assente ma su absent, combinato col suffisso di persona ee: absentes.absenteeism, un anglismo cui i Francesi hanno dato il giusto adattamento absentisme e noi (che avremmo assentismo) no. Ma assenteismo o assentismo è poi assurdo quando importa l’atto singolo d’un singolo: l’assenteismo di Pierino, giovedì scorso, a scuola.

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Bella cosa fare un repulisti dei tanti «ismi» di vanagloria, o almeno, per variare il noioso metro, ricorrere alla variante popolare -esimo, che già stabilisce in cristianesimo e paganesimo, e quasi stabile in urbanesimo feudalesimo umanesimo, si potrebbe ripristinare, come fa correntemente lo storico piemontese Ricotti, in liberalesimo comunesimo e nello stesso giornalesimo, quasi a punirlo di avere esso solo generato un profluvio di «ismi».

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La fortuna dei quali è direttamente proporzionale a quella della voce Problema, e più in generale risponde al gusto del secolo per i termini astratti; tanto che la stessa parola Filosofia, respinta a scapaccioni sociologici in quella poco filosofica famiglia, ci ritorna sui giornali nell’accezione spicciola e «tutto fare» ch’ebbe già nel Settecento, e la si applica spensieratamente alla pellicola Emmanuelle (!) e alle dispute sull’aborto e al tenore (o come si legge, metodologia) d’un trattato di pace.

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Leo Pestelli


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