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“Pronto” rimane il miglio modo d’avviare la conversazione – Un discutibile “come sta?”
Un istinto guidò il primo italiano che rispose al telefono, a dire «pronto» (presumibilmente, con inflessione esclamativa allora assai marcata), e fu un istinto buono, risultandone senza sforzo né polemiche un adattamento perfettamente italiano e quasi altrettanto snello del francese allò, dell’inglese hallo, dell’americano hello e del tedesco hallò. Come quelli, è modo ellittico significante «io sono pronto: con chi parlo?», ed è appena il caso di notare che in processo di tempo, moltiplicandosi le seccature telefoniche, il «pronto» rimise dell’enfasi dei tempi eroici, ma prese un suono sempre più spento, simile, in certi casi, al gemito dell’agonizzante. E fu anche sempre più chiaro che l’idea di «prontezza» riguardava la persona fisica (la «macchina» avrebbero detto gli antichi), di chi era chiamato al telefono, e non il suo spirito, spesso alieno e turbato.
Privilegio maschile
Questo per la semantica. Morfologicamente è invece osservabile che la nostra paroletta siasi sempre conservata invariabile quanto al genere, non essendovi rozza fantesca e d’altra parte accesa femminista che abbia mai detto o provi a dire «pronta». La superiorità del genere mascolino (uno dei motivi conduttori della nostra lingua) è qui riconosciuta da tutti. Non così quanto al numero. Il vezzo di rispondere «pronti», sebbene non più diffuso come una volta, non è ancora del tutto dismesso; e perché non è da credere che chi risponde così non sappia di essere una persona sola, scartata come troppo bella l’ipotesi d’un plurale di modestia, resta l’altra, affatto ridicola, d’un plurale majestatis. Ma i grandi del mondo non rispondono essi al telefono, ma fanno rispondere ad appositi incaricati, e quando poi finalmente parlano, lo fanno di solito ex abrupto, disdegnando le formole d’attacco.
È fra i pessimi segni di snobismo linguistico quello di voler introdurre in queste parole che servono agli uomini non già per parlare ma per cominciare a parlare, formole convenzionali che in tanto non sono utili in quanto non cambiano più, il demone, appunto, della variatio. Alludiamo al «sì» all’americana con cui si tenta da molti preziosi e soprattutto preziose di soppiantare il vecchio «pronto»; il quale «sì» sarà anch’esso un’ellissi («Sì sono qui, parlate pure» o qualcosa di simile), ma tanto scoscesa della fretta che è quasi impossibile rifarne l’intero: e oltre a questo, il vantaggio di cui si vanta, della brevità, va spesso perduto nella lunga e talvolta lunghissima strascicatura dell’i (siiiiii), con cui evidentemente si vuol temperare la bruschezza quasi respingente che avrebbe un sì di pronunzia regolare. Ne risulta un pasticcio: non sapendosi bene che cosa sia questo monosillabo così dilatato, e che cosa faccia.
Altre vecchie parole dell’uso sociale incominciano a risentire dell’influenza straniera. A chi non avesse ben capito il detto altrui, fu sempre d’aiuto l’interrompimento «come?», il meno studiato, il più spontaneo di tutti. Ma oggi gli si preferisce da molti il cerimonioso «prego?», estratto dall’inutile tiritera: «prego di ripetere perché non ho capito».
Parole stonate
E di «esatto!», che non è tanto il latino exactus quanto scorcio del modo inglese «it is exact», usato oggi avverbialmente, e quasi senza ristoro di varianti, per significare l’assenso, si è già detto altra volta; come anche del nauseoso «senz’altro» in luogo del semplice Sì. Sono queste, considerate una per una, tutte le parole del lessico italiano; e tuttavia, per il modo in cui cadono o sono combinate, riescono italianamente stonate. Che cosa c’è di più antico, di più nostro, di più fidato, del modo di saluto: «come sta?»? Eppure anche qui si più nascondere il baco dell’affettazione esotica. Ponente mente ai ceti più alti, dove il «come sta?», pronunciato alla fredda e lasciato istantaneamente cadere (il punto interrogativo è nostro), ha tutta l’aria di un calco dell’how do you do, il quale almeno ha l’onestà pragmatica di lasciare da parte la salute e di porre l’accento sul fare (to do) preludendo al saluto degli olandesi che verte tutto sui negozi: «come vanno gli affari?»
Come si conosce il «come sta?» buono dal fasullo? Da ciò che il primo implica qualche possibilità di risposta e ricambio («Non male: e Lei?»); laddove il secondo, totalmente incurioso, suona fine a se stesso, e così facendo ci assidera. L’uno intacca, e l’altro non attacca.
Allo stesso modo nessuno vorrà dubitare dell’italianità dell’aggettivo Grosso. Ma non è italiano lo strabocchevole abuso che oggi se ne fa. Un collega ha cercato di difenderlo con argomenti semantici che persuadono fino a un certo punto, e «ridimensionando» al giusto l’influenza dell’inglese big. Resta che il trasporto di Grosso dal materiale allo spirituale offende oggi più che non facesse mai specie quando dà luogo a simbiosi con altra parola di moda: un grosso problema ovvero, secondo la pronunzia dei notabili, un grosso problema. Mike Buongiorno, che non ha colpe specifiche (egli vive nel nostro ambiente linguistico) tessé più madrigali intorno a Cinzia, la più giovane concorrente del Rischiatutto. «Cinzia, tu ispiri tenerezza, sei fragile, graziosa» e via dicendo. Ma chi si sarebbe aspettato la conclusione: «Cinzia, sei stata un grosso personaggio»? Diciamo la verità: ce l’aspettavamo tutti.
Leo Pestelli
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