Powered by <TEI:TOK>Maarten Janssen, 2014-
IN UN PAESE sud-tirolese poco tempo fa una «via Roma» è stata ribattezzata, col nome in dialetto gardenese, «via Chemun», «via del Municipio». A Sant’Arcangelo di Romagna, Tonino Guerra e altri si stanno battendo perché le vie del paese, invece di intitolarsi a personaggi storici da libro di scuola, si chiamino con i nomi della gente che ci ha vissuto, che là ha fatto qualcosa di buono e lasciato memorie.
Sono due minuscoli indizi di una inversione di tendenza. Almeno, dobbiamo augurarci che così sia. Nell’imporre o conservare i nomi ai luoghi si riflettono gusti, tendenze di fondo di una società: e che i nomi scolastici, d’accatto, vengano sostituiti qua e là da nomi realmente legati al luogo, può fare sperare che una società più realistica, meno sciattamente e scolasticamente retorica cominci a crescere e a venire fuori sotto la scorza persistente della trionfia Italia-ufficiale.
Un’idea della trionfia Italiana ufficiale si può avere ad Enna. Su una brutta casa in cemento armato è appiccicata questa iscrizione su marmo: «Qui / era in antico / la casa che ospitò / Marco Tullio Cicerone / difensore di Enna e della Sicilia / contro il depredatore dei templi/ Caio Licinio Verre. / Il comune di Enna / ancora memore dopo venti secoli / questo ricordo / pose / nell’anno 1960».
Di fronte alla brutta casa in cemento armato, si apre un curioso budello, a metà vicolo, a metà corridoio che penetra tra cortili e portichetti di case poverissime, in muratura cadente, lamiere, canne. Al budello è opposto il nome altisonante di «via Cicerone».
Ancora nel 1960, dunque, durava quello che il grande filologo e umanista Giorgio Pasquali definì un «carnevale». Si era nel 1941 e non senza coraggio Pasquali protestava contro il furoreggiare di reminiscenze latineggianti che stava guastando la toponomastica tradizionale italiana. Scriveva Pasquali:
«Andando avanti così, di qui a qualche anno noi percorreremo la linea ferroviaria Roma-Clusio-Arrezzo (con due erre)-Florenzia-Bonomia-Mutina-Placenza-Mediolano».
Pasquali protestava contro alcuni allora recenti mutamenti di nome: Girgenti mutato in Agrigento, Monteleone Calabro ribattezzato Vibo Valentia, Pesto latinizzata in Paestum. E, a leggere il suo articolo, si è portati a credere che questo latineggiare a vanvera e a tutti i costi fosse opera del fascismo. Il gusto carnevalesco della romanità fu senza dubbio caratteristico del fascismo. Ma non fu un carattere suo esclusivo. Nemmeno per questa parte il fascismo inventò niente. Piuttosto esasperò oltre ogni limite tendenze già ben radicate nel corpo sociale italiano.
La toponomastica littoria e pseudoimperiale lo dimostra assai bene. Il fascismo ne abusò. Ma gli amministratori dell’Italia umbertina e giolittiana ne avevano già largamente usato. I cambiamenti di nome retorici, enfatici, evocanti una romanità di cartapesta cominciano subito dopo l’unificazione politica nazionale, un secolo fa.
Naturalmente, in molti casi modificare il nome di un luogo poteva anche essere giustificato. Nel momento in cui i vari stati italiani preunitari cedevano il passo allo stato unitario, nell’elenco dei comuni vennero fuori a dozzine le omonimie: paesi che si chiamavano Acquaviva, Bagnoli, Borghetto, Casale, Montebello, Montesano, Torre, furono costretti ad aggiungere qualche cosa al loro nome per evitare confusioni.
Ma, su questa giusta esigenza, si cominciò a innestare la rievocazione archeologizzante. Soprattutto l’Italia laziale e meridionale cominciò a popolarsi di Sanniti, Frentani, Marsi, Marrucini, Teatini, Peligni, antichi popoli italici usati come coda distintiva di paesi col nome altrimenti troppo comune. E fu così che, per distinguersi da altre Scurcole, nacque Scurcola Marsicana.
Anche in altri casi il mutamento di nome si comprende e giustifica. Nessuno vorrà rimproverare agli abitanti di Castelletto Scazzoso di avere preferito di diventare abitanti di Castelletto Monferrato, a quelli di Cazzone, Asinalunga e Caccavero di avere preferito nuovi nomi, e cioè Cantello, Sinalunga e Campoverde. E si possono anche comprendere gli abitanti di Hano, Calugna, Lazzarone e Porcili per avere chiesto e ottenuto di ribattezzare i loro paesi con i nomi di Capovalle, Collagna, Villabella e Stella Cilento.
Ma negli anni, accanto a questi ribattezzamenti che forse fanno sorridere, ma sono innocenti, c’è già una folla di ribattezzamenti immotivati, o motivati soltanto dalla vanitosa ricerca o invenzione di nobili origini romane. Tra 1863 e 1872 Stabia, Viano, Canemorto in provincia di Viterbo cambiano nome in Faleria, Veiano, Orvinio. Nel Lazio Scarpa, Lugnano, Pisciano, Mola, Traetto si fanno ribattezzare e son ribattezzate d’autorità e diventano Cineto, Làbico, Pisoniano, Formia, Minturno. Negli stessi anni, San Lorenzo, Fratte e Agnone diventano Amaseno, Ausonia e Villa Latina. E a un nuovo comune del Frusinate viene imposto il nome di Esperia.
Più a sud, una Fossaceca diventa Fontegreca, una Civitavecchia diventa Duronia, Villapicciotti, Montepeloso, Bollita diventano nell’orgia di latinità, Alezio, Irsina e Nova Siri. Perfino un dignitoso Castelvetere è ribattezzato, e diventa Caulonia, mentre Gerace, Centorbi e Molo diventano Locri, Centùripe e Porto Empedocle.
Come dice l’inno, l’Italia, appena «desta» e unificata, «dell’elmo di Scipio s’è cinta la testa». L’Italia fascista dei «consoli», dei «centurioni», del «littorio» ha lavorato, per quanto riguarda la toponomastica, su un terreno già dissodato. Ma, bisogna dire, lavorò assai bene.
Appena instaurato il regime, subito Corneto e Porto Maurizio si ritrovarono battezzate Tarquinia e Imperia. 1927 e ’28 furono anni fecondi: Borgo San Donnino diventò Fidenza, vico di Panzano Villa Literno, Pentima fu ribattezzata Corfino, Lugnano fu detta Vazia, Canneto di Bari Adelfia, Monteleone Vibo Valentia, Girgenti Agrigento, Terranova di Sicilia Gela, Castrogiovanni Enna.
Il latinizzamento dei nomi proseguì implacabile negli anni seguenti: Fertilia (ex Teverola) è del 1929, come Urbe (ex Martina) e come Cazzimani, romanamente denominato Borgo Littorio; nel ’30 nasce Mussolinia, nel ’31 Corridonia, nel ’32 Littoria, nel ’33 Sabaudia, nel ’35 Melma è chiamata Silea e nasce Pontinia; nel 1936 nasce Aprilia, negli anni seguenti Carbonia e Pomezia. E vengono fuori nomi altisonanti di Torriana (già Scorticata), Istonio (già Vasto), Vittoria (già Biscari), Grumento Nova (già Saponara), e Guidonia, e Nettunia, Apuania.
La gente non ne poteva più. Circolava (racconta un fine e gentile amico romagnolo) una storiella: «Camerati, in alto i cuori. Il duce ci ha dato negli anni passati Aprilia, Carbonia, Pomezia. Nei prossimi ci darà Quisquilia, Fandonia e Facezia».
La toponomastica con l’elmo di Scipio non si lasciò però scalfire dalla barzelletta. La guerra incombeva, e vedevano tuttavia la luce i nomi di Tuvillia (già Tomba di Pesaro), Olbia (già Terranova), Nettunia. Del resto, neppure a duce morto la retorica toponomastica ha taciuto: intorno agli anni Cinquanta Casino si ribattezza Castelsilano, Pescolamazza Pesco Sannita, Grisolera Eraclea. E un solenne Turenia nascose Petescia.
Una storia di cartapesta, frutto di imparaticcio scolastico, ha cancellato in molti luoghi i nomi legati alla più vera e autentica vicenda della gente. Proprio come le colate di cemento, romano fascista prima e poi democristiano e speculativo, che in molti luoghi hanno cancellato la fisionomia storica e naturale di città e paesaggi. Girgenti che diventa Agrigento e crolla sotto i cementi speculativi, Punta Troia che si nobilita in Punta Ala ma perde boschi e patrimonio ecologico sono buoni esempi di questo nefasto parallelismo.
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