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Romanesco televisivo

Language columnLe parole e i fatti
AuthorTullio De Mauro
Date 30 agosto 1974
NewspaperPaese Sera
Publication placeRoma
Publication countryItalia
Page3
Column1-2


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NEL NUMERO di venerdì 9 agosto, anche «Il Giornale» ha cominciato a occuparsi di faccende di linguaggio.
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Ha cominciato a dire la verità, in modo un po’ vecchiotto, da primissimi anni sessanta.
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Era quella l’epoca in cui la buona borghesia italiana, entrata in possesso dell’apparecchio televisivo, scopriva, attraverso il parlato delle trasmissioni, la scarsa omogeneità del suo idioma.
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Allora su cento italiani, solo venti (ad abbondare) parlavano ogni giorno sempre e soltanto italiano.
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Gli altri, sappiamo, alternavano all’italiano il loro dialetto nativo, che in moltissime regioni faceva da padrone assoluto, dalle isole al Veneto al Piemonte.
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Tutto questo, la gente che era andata alle scuole superiori e che leggeva i giornali, lo ignorava.
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A scuola non si parlava dei dialetti come di una realtà espressiva rilevante nella vita sociale, culturale.
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Fuori della scuola, nella cultura più avanzata i pochi studiosi di linguistica erano in larga parte perduti nell’archeologismo.
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Quando alcuni scrittori immettevano larghe dosi di dialetto nelle loro pagine, i critici parlavano di «operazioni linguistiche», di «impasti» e di «koinè letterarie».
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Che i dialetti fossero i padroni della realtà linguistica italiana, sfuggiva alla coscienza della classe colta.
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E che, di conseguenza l’uso parlato dell’italiano, quando si manifestava, era inevitabilmente intriso di regionalismi, anche questo era generalmente ignorato.
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Per la massa delle persone di una qualche cultura, la realtà linguistica italiana cominciò a svelare i suoi veri caratteri attraverso lo ascolto della televisione.
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Per quanto mammarola ed eufemistica, la televisione, per ragioni tecniche, non poteva non fingere una certa immediatezza.
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Nelle sue trasmissioni, tra l’altro, non poteva non chiamare alla ribalta gente che non aveva frequentato scuola di dizione.
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E gli stessi annunciatori e attori dalla natura stessa del mezzo televisivo erano spinti a parlare il più possibile come mamma li aveva fatti.
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Il parlato più formale e più leccato era riservato alla lettura di veline e comunicati del telegiornale (e ora tende a sparire anche di ) mentre per il resto si conquistavano cittadinanza forme di parlato dirette, spontanee e, quindi, nella situazione italiana, venate più o meno fortemente di elementi regionali.
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Si badi bene: la televisione non ha inventato tutto questo.
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Solo, gli ha dato una cornice e una evidenza che questi fenomeni per l’innanzi non avevano.
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La borghesia istruita, abituata a leggere e scrivere l’italiano nelle consuete forme scolastiche, ed a parlarlo in forma non scolastica, ma irriflessa e inconsapevole, si trovò immediatamente dinanzi a uno specchio che la oggettivava.
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E non sempre si piacque.
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Uso dei dialetti
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Chi sfoglia «Corriere della Sera, «Stampa», «Nazione» del 1958, 1959, 1960, 1961 e giù di , accanto a rari articoli che analizzano più seriamente i fenomeni di mutamento in atto (per tutti, ricorderò ancora una volta un eccellente articolo di Gabriele Baldini del settembre 1963) trova innumerevoli pezzi, pezzulli e lettere di protesta contro l’italiano televisivo. Si lamentano pronunce settentrionali o meridionali di annunciatori cantanti, intervistati, ma soprattutto le pronunce romane lo «italoromanesco» la «antilingua» della televisione. Per limitarsi al solo «Corriere della Sera» di quegli anni si vedano i numeri del 20 aprile 1958, del 18 gennaio, 10 aprile, 14 aprile, 5 dicembre del 1959, del 29 marzo 1960, del 10 gennaio, 28 febbraio, 30 ottobre, 2 dicembre del 1962, dell’8 marzo 1963.
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Poi un po’ alla volta le cose sono cambiate.
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Sono cambiate a più livelli.
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A livelli di base, l’uso parlato dell’italiano ha guadagnato terreno, facendo regredire in ogni classe e regione l’uso dei dialetti.
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Al livello delle riflessioni, della coscienza e dei giudizi, della cultura, i mutamenti sono stati anche profondi, da dieci anni a questa parte.
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Non soltanto gli specialisti, ma scrittori, giornalisti politici, si sono resi conto che nel linguaggio le cose importanti non sono quelle della pronuncia, ma altre.
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Uno che per esempio, dica un bell’abile con una sola b, ma usi a sproposito questa parola, parla assai peggio di un napoletano o romano che pronunci abbile, ma usi la parola in modo opportuno.
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Un aggettivo come il mussoliniano immarcescibile è enfatico e ridicolo comunque lo si pronunci, alla toscana o all’emiliana, alla romana o alla siciliana.
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Un po’ alla volta, insomma, ci si è resi conto che quel che importa nel parlare e nello scrivere non è tanto la bella pronuncia (entità, oltre tutto, vaga e mutevole) quanto la proprietà del vocabolario, la chiarezza del fraseggiare, la complessiva precisione ed efficacia di uno scritto o di un discorso.
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Da banali lamentele sull’uso di un tratto dialettale o di una parola straniera, la critica è venuta passando a più mature e serie e utili considerazioni sugli elementi più sostanziali della realtà linguistica.
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E, come già un anno fa si è documentato su queste colonne («Paese Sera 10 luglio 1973), quotidiani, settimanali, e talune trasmissioni radiotelevisive hanno avuto grandi meriti in questo processo di maturazione e nel costituirsi di quello che potrebbe chiamarsi un vero e proprio «osservatorio linguistico» collettivo.
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Audacie sintattiche
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«Il Giornale» di Montanelli batte una strada diversa e vecchia.
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La sua prima (se non erriamo) impresa linguistica l’ha compiuta dando ospitalità a una lettera in cui si lamenta, cosa nuova, la pronunzia romana della malvagia televisione.
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Un signor Rino Simonetta (che Montanelli, rispondendo, chiama ostinatamente «signora», forse perché il cognome finisce in a: è il criterio con cui i vecchi contadini toscani chiamavano Enea le femminucce, e Artemide, anzi Artemìde i maschietti) un signor Rino Simonetta, di Sant’Ilario Ligure così scrive:
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«Non conosco il romanesco e non lo capisco. E come me ci sono parecchie centinaia di migliaia di italiani. Poiché alla televisione la lingua ufficiale è il romanesco e quasi tutte le trasmissioni si svolgono a Roma, sarebbe cosa utile dare agli italiani delle lezioni televisive di lingua romana, così da potere seguire gli spettacoli e capire bene Oggi ortografia, sintassi, grammatica, tutto è alla romana e ben diverse da quelle di un tempo».
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La lettera a cui il giornale assegna il posto d’onore e titolo su tre colonne, a parte le sue audacie sintattiche, che sono nuovissime ci riporta indietro di dieci anni.
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E così la risposta.
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Che qualcuno alla televisione pronunci terra con una erre sola (ma chi? in che contesto?) è in ogni caso irrilevante rispetto a molti, troppi altri fatti e fenomeni linguistici.
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Per esempio, un italiano su tre è tenuto in considerazione di analfabeta o semianalfabeta, e non è quindi in grado di cavarsela nella lettura di un giornale, per quanto scritto nitidamente.
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Per esempio, ci sono sindacalisti che in un documento non si vergognano di scrivere «approccio vertenziale».
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Per esempio, ci sono politici e giornalisti, che continuano a latineggiare a vanvera, scrivendo «rebus sic stantibus», salus rei publicae
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», «per aspera».
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A vario livello, tutto questo pare più grave e più significativo di una pronuncia romana, o lombarda, o siciliana, o toscana, sfuggita a questo o quello dal video.
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Dando spazio a rilievi inessenziali, «Il Giornale» ci riporta alle prime, ingenue reazioni di dieci, quindici anni fa all’ascolto televisivo.
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Anche per questo aspetto il quotidiano di Montanelli fa un passo indietro rispetto agli altri giornali italiani.

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