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NEL NUMERO di venerdì 9 agosto, anche «Il Giornale» ha cominciato a occuparsi di faccende di linguaggio. Ha cominciato a dire la verità, in modo un po’ vecchiotto, da primissimi anni sessanta.
Era quella l’epoca in cui la buona borghesia italiana, entrata in possesso dell’apparecchio televisivo, scopriva, attraverso il parlato delle trasmissioni, la scarsa omogeneità del suo idioma. Allora su cento italiani, solo venti (ad abbondare) parlavano ogni giorno sempre e soltanto italiano. Gli altri, sappiamo, alternavano all’italiano il loro dialetto nativo, che in moltissime regioni faceva da padrone assoluto, dalle isole al Veneto al Piemonte.
Tutto questo, la gente che era andata alle scuole superiori e che leggeva i giornali, lo ignorava. A scuola non si parlava dei dialetti come di una realtà espressiva rilevante nella vita sociale, culturale. Fuori della scuola, nella cultura più avanzata i pochi studiosi di linguistica erano in larga parte perduti nell’archeologismo. Quando alcuni scrittori immettevano larghe dosi di dialetto nelle loro pagine, i critici parlavano di «operazioni linguistiche», di «impasti» e di «koinè letterarie». Che i dialetti fossero i padroni della realtà linguistica italiana, sfuggiva alla coscienza della classe colta. E che, di conseguenza l’uso parlato dell’italiano, quando si manifestava, era inevitabilmente intriso di regionalismi, anche questo era generalmente ignorato.
Per la massa delle persone di una qualche cultura, la realtà linguistica italiana cominciò a svelare i suoi veri caratteri attraverso lo ascolto della televisione. Per quanto mammarola ed eufemistica, la televisione, per ragioni tecniche, non poteva non fingere una certa immediatezza. Nelle sue trasmissioni, tra l’altro, non poteva non chiamare alla ribalta gente che non aveva frequentato scuola di dizione. E gli stessi annunciatori e attori dalla natura stessa del mezzo televisivo erano spinti a parlare il più possibile come mamma li aveva fatti.
Il parlato più formale e più leccato era riservato alla lettura di veline e comunicati del telegiornale (e ora tende a sparire anche di là) mentre per il resto si conquistavano cittadinanza forme di parlato dirette, spontanee e, quindi, nella situazione italiana, venate più o meno fortemente di elementi regionali.
Si badi bene: la televisione non ha inventato tutto questo. Solo, gli ha dato una cornice e una evidenza che questi fenomeni per l’innanzi non avevano. La borghesia istruita, abituata a leggere e scrivere l’italiano nelle consuete forme scolastiche, ed a parlarlo in forma non scolastica, ma irriflessa e inconsapevole, si trovò immediatamente dinanzi a uno specchio che la oggettivava. E non sempre si piacque.
Uso dei dialetti
Chi sfoglia «Corriere della Sera, «Stampa», «Nazione» del 1958, 1959, 1960, 1961 e giù di lì, accanto a rari articoli che analizzano più seriamente i fenomeni di mutamento in atto (per tutti, ricorderò ancora una volta un eccellente articolo di Gabriele Baldini del settembre 1963) trova innumerevoli pezzi, pezzulli e lettere di protesta contro l’italiano televisivo. Si lamentano pronunce settentrionali o meridionali di annunciatori cantanti, intervistati, ma soprattutto le pronunce romane lo «italoromanesco» la «antilingua» della televisione. Per limitarsi al solo «Corriere della Sera» di quegli anni si vedano i numeri del 20 aprile 1958, del 18 gennaio, 10 aprile, 14 aprile, 5 dicembre del 1959, del 29 marzo 1960, del 10 gennaio, 28 febbraio, 30 ottobre, 2 dicembre del 1962, dell’8 marzo 1963.
Poi un po’ alla volta le cose sono cambiate. Sono cambiate a più livelli. A livelli di base, l’uso parlato dell’italiano ha guadagnato terreno, facendo regredire in ogni classe e regione l’uso dei dialetti. Al livello delle riflessioni, della coscienza e dei giudizi, della cultura, i mutamenti sono stati anche profondi, da dieci anni a questa parte. Non soltanto gli specialisti, ma scrittori, giornalisti politici, si sono resi conto che nel linguaggio le cose importanti non sono quelle della pronuncia, ma altre. Uno che per esempio, dica un bell’abile con una sola b, ma usi a sproposito questa parola, parla assai peggio di un napoletano o romano che pronunci abbile, ma usi la parola in modo opportuno. Un aggettivo come il mussoliniano immarcescibile è enfatico e ridicolo comunque lo si pronunci, alla toscana o all’emiliana, alla romana o alla siciliana.
Un po’ alla volta, insomma, ci si è resi conto che quel che importa nel parlare e nello scrivere non è tanto la bella pronuncia (entità, oltre tutto, vaga e mutevole) quanto la proprietà del vocabolario, la chiarezza del fraseggiare, la complessiva precisione ed efficacia di uno scritto o di un discorso. Da banali lamentele sull’uso di un tratto dialettale o di una parola straniera, la critica è venuta passando a più mature e serie e utili considerazioni sugli elementi più sostanziali della realtà linguistica. E, come già un anno fa si è documentato su queste colonne («Paese Sera 10 luglio 1973), quotidiani, settimanali, e talune trasmissioni radiotelevisive hanno avuto grandi meriti in questo processo di maturazione e nel costituirsi di quello che potrebbe chiamarsi un vero e proprio «osservatorio linguistico» collettivo.
Audacie sintattiche
«Il Giornale» di Montanelli batte una strada diversa e vecchia. La sua prima (se non erriamo) impresa linguistica l’ha compiuta dando ospitalità a una lettera in cui si lamenta, cosa nuova, la pronunzia romana della malvagia televisione. Un signor Rino Simonetta (che Montanelli, rispondendo, chiama ostinatamente «signora», forse perché il cognome finisce in a: è il criterio con cui i vecchi contadini toscani chiamavano Enea le femminucce, e Artemide, anzi Artemìde i maschietti) un signor Rino Simonetta, di Sant’Ilario Ligure così scrive:
«Non conosco il romanesco e non lo capisco. E come me ci sono parecchie centinaia di migliaia di italiani. Poiché alla televisione la lingua ufficiale è il romanesco e quasi tutte le trasmissioni si svolgono a Roma, sarebbe cosa utile dare agli italiani delle lezioni televisive di lingua romana, così da potere seguire gli spettacoli e capire bene… Oggi ortografia, sintassi, grammatica, tutto è alla romana e ben diverse da quelle di un tempo».
La lettera a cui il giornale assegna il posto d’onore e titolo su tre colonne, a parte le sue audacie sintattiche, che sono nuovissime ci riporta indietro di dieci anni. E così la risposta. Che qualcuno alla televisione pronunci terra con una erre sola (ma chi? in che contesto?) è in ogni caso irrilevante rispetto a molti, troppi altri fatti e fenomeni linguistici. Per esempio, un italiano su tre è tenuto in considerazione di analfabeta o semianalfabeta, e non è quindi in grado di cavarsela nella lettura di un giornale, per quanto scritto nitidamente. Per esempio, ci sono sindacalisti che in un documento non si vergognano di scrivere «approccio vertenziale». Per esempio, ci sono politici e giornalisti, che continuano a latineggiare a vanvera, scrivendo «rebus sic stantibus», salus rei publicae…», «per aspera». A vario livello, tutto questo pare più grave e più significativo di una pronuncia romana, o lombarda, o siciliana, o toscana, sfuggita a questo o quello dal video.
Dando spazio a rilievi inessenziali, «Il Giornale» ci riporta alle prime, ingenue reazioni di dieci, quindici anni fa all’ascolto televisivo. Anche per questo aspetto il quotidiano di Montanelli fa un passo indietro rispetto agli altri giornali italiani.
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