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Maarten Janssen, 2014-
Sentence view
Romanesco televisivo
Language column
Le parole e i fatti
Author
Tullio De Mauro
Date
30
agosto
1974
more header data
[1]
NEL
NUMERO
di
venerdì
9
agosto
,
anche
«
Il
Giornale
»
ha
cominciato
a
occuparsi
di
faccende
di
linguaggio
.
[2]
Ha
cominciato
a
dire
la
verità
,
in
modo
un
po’
vecchiotto
,
da
primissimi
anni
sessanta
.
[3]
Era
quella
l’
epoca
in
cui
la
buona
borghesia
italiana
,
entrata
in
possesso
dell’
apparecchio
televisivo
,
scopriva
,
attraverso
il
parlato
delle
trasmissioni
,
la
scarsa
omogeneità
del
suo
idioma
.
[4]
Allora
su
cento
italiani
,
solo
venti
(
ad
abbondare
)
parlavano
ogni
giorno
sempre
e
soltanto
italiano
.
[5]
Gli
altri
,
sappiamo
,
alternavano
all’
italiano
il
loro
dialetto
nativo
,
che
in
moltissime
regioni
faceva
da
padrone
assoluto
,
dalle
isole
al
Veneto
al
Piemonte
.
[6]
Tutto
questo
,
la
gente
che
era
andata
alle
scuole
superiori
e
che
leggeva
i
giornali
,
lo
ignorava
.
[7]
A
scuola
non
si
parlava
dei
dialetti
come
di
una
realtà
espressiva
rilevante
nella
vita
sociale
,
culturale
.
[8]
Fuori
della
scuola
,
nella
cultura
più
avanzata
i
pochi
studiosi
di
linguistica
erano
in
larga
parte
perduti
nell’
archeologismo
.
[9]
Quando
alcuni
scrittori
immettevano
larghe
dosi
di
dialetto
nelle
loro
pagine
,
i
critici
parlavano
di
«
operazioni
linguistiche
»
,
di
«
impasti
»
e
di
«
koinè
letterarie
»
.
[10]
Che
i
dialetti
fossero
i
padroni
della
realtà
linguistica
italiana
,
sfuggiva
alla
coscienza
della
classe
colta
.
[11]
E
che
,
di
conseguenza
l’
uso
parlato
dell’
italiano
,
quando
si
manifestava
,
era
inevitabilmente
intriso
di
regionalismi
,
anche
questo
era
generalmente
ignorato
.
[12]
Per
la
massa
delle
persone
di
una
qualche
cultura
,
la
realtà
linguistica
italiana
cominciò
a
svelare
i
suoi
veri
caratteri
attraverso
lo
ascolto
della
televisione
.
[13]
Per
quanto
mammarola
ed
eufemistica
,
la
televisione
,
per
ragioni
tecniche
,
non
poteva
non
fingere
una
certa
immediatezza
.
[14]
Nelle
sue
trasmissioni
,
tra
l’
altro
,
non
poteva
non
chiamare
alla
ribalta
gente
che
non
aveva
frequentato
scuola
di
dizione
.
[15]
E
gli
stessi
annunciatori
e
attori
dalla
natura
stessa
del
mezzo
televisivo
erano
spinti
a
parlare
il
più
possibile
come
mamma
li
aveva
fatti
.
[16]
Il
parlato
più
formale
e
più
leccato
era
riservato
alla
lettura
di
veline
e
comunicati
del
telegiornale
(
e
ora
tende
a
sparire
anche
di
là
)
mentre
per
il
resto
si
conquistavano
cittadinanza
forme
di
parlato
dirette
,
spontanee
e
,
quindi
,
nella
situazione
italiana
,
venate
più
o
meno
fortemente
di
elementi
regionali
.
[17]
Si
badi
bene
:
la
televisione
non
ha
inventato
tutto
questo
.
[18]
Solo
,
gli
ha
dato
una
cornice
e
una
evidenza
che
questi
fenomeni
per
l’
innanzi
non
avevano
.
[19]
La
borghesia
istruita
,
abituata
a
leggere
e
scrivere
l’
italiano
nelle
consuete
forme
scolastiche
,
ed
a
parlarlo
in
forma
non
scolastica
,
ma
irriflessa
e
inconsapevole
,
si
trovò
immediatamente
dinanzi
a
uno
specchio
che
la
oggettivava
.
[20]
E
non
sempre
si
piacque
.
[21]
Uso
dei
dialetti
[22]
Chi
sfoglia
«
Corriere
della
Sera
,
«
Stampa
»
,
«
Nazione
»
del
1958
,
1959
,
1960
,
1961
e
giù
di
lì
,
accanto
a
rari
articoli
che
analizzano
più
seriamente
i
fenomeni
di
mutamento
in
atto
(
per
tutti
,
ricorderò
ancora
una
volta
un
eccellente
articolo
di
Gabriele
Baldini
del
settembre
1963
)
trova
innumerevoli
pezzi
,
pezzulli
e
lettere
di
protesta
contro
l’
italiano
televisivo
.
Si
lamentano
pronunce
settentrionali
o
meridionali
di
annunciatori
cantanti
,
intervistati
,
ma
soprattutto
le
pronunce
romane
lo
«
italoromanesco
»
la
«
antilingua
»
della
televisione
.
Per
limitarsi
al
solo
«
Corriere
della
Sera
»
di
quegli
anni
si
vedano
i
numeri
del
20
aprile
1958
,
del
18
gennaio
,
10
aprile
,
14
aprile
,
5
dicembre
del
1959
,
del
29
marzo
1960
,
del
10
gennaio
,
28
febbraio
,
30
ottobre
,
2
dicembre
del
1962
,
dell’
8
marzo
1963
.
[23]
Poi
un
po’
alla
volta
le
cose
sono
cambiate
.
[24]
Sono
cambiate
a
più
livelli
.
[25]
A
livelli
di
base
,
l’
uso
parlato
dell’
italiano
ha
guadagnato
terreno
,
facendo
regredire
in
ogni
classe
e
regione
l’
uso
dei
dialetti
.
[26]
Al
livello
delle
riflessioni
,
della
coscienza
e
dei
giudizi
,
della
cultura
,
i
mutamenti
sono
stati
anche
profondi
,
da
dieci
anni
a
questa
parte
.
[27]
Non
soltanto
gli
specialisti
,
ma
scrittori
,
giornalisti
politici
,
si
sono
resi
conto
che
nel
linguaggio
le
cose
importanti
non
sono
quelle
della
pronuncia
,
ma
altre
.
[28]
Uno
che
per
esempio
,
dica
un
bell’
abile
con
una
sola
b
,
ma
usi
a
sproposito
questa
parola
,
parla
assai
peggio
di
un
napoletano
o
romano
che
pronunci
abbile
,
ma
usi
la
parola
in
modo
opportuno
.
[29]
Un
aggettivo
come
il
mussoliniano
immarcescibile
è
enfatico
e
ridicolo
comunque
lo
si
pronunci
,
alla
toscana
o
all’
emiliana
,
alla
romana
o
alla
siciliana
.
[30]
Un
po’
alla
volta
,
insomma
,
ci
si
è
resi
conto
che
quel
che
importa
nel
parlare
e
nello
scrivere
non
è
tanto
la
bella
pronuncia
(
entità
,
oltre
tutto
,
vaga
e
mutevole
)
quanto
la
proprietà
del
vocabolario
,
la
chiarezza
del
fraseggiare
,
la
complessiva
precisione
ed
efficacia
di
uno
scritto
o
di
un
discorso
.
[31]
Da
banali
lamentele
sull’
uso
di
un
tratto
dialettale
o
di
una
parola
straniera
,
la
critica
è
venuta
passando
a
più
mature
e
serie
e
utili
considerazioni
sugli
elementi
più
sostanziali
della
realtà
linguistica
.
[32]
E
,
come
già
un
anno
fa
si
è
documentato
su
queste
colonne
(
«
Paese
Sera
10
luglio
1973
)
,
quotidiani
,
settimanali
,
e
talune
trasmissioni
radiotelevisive
hanno
avuto
grandi
meriti
in
questo
processo
di
maturazione
e
nel
costituirsi
di
quello
che
potrebbe
chiamarsi
un
vero
e
proprio
«
osservatorio
linguistico
»
collettivo
.
[33]
Audacie
sintattiche
[34]
«
Il
Giornale
»
di
Montanelli
batte
una
strada
diversa
e
vecchia
.
[35]
La
sua
prima
(
se
non
erriamo
)
impresa
linguistica
l’
ha
compiuta
dando
ospitalità
a
una
lettera
in
cui
si
lamenta
,
cosa
nuova
,
la
pronunzia
romana
della
malvagia
televisione
.
[36]
Un
signor
Rino
Simonetta
(
che
Montanelli
,
rispondendo
,
chiama
ostinatamente
«
signora
»
,
forse
perché
il
cognome
finisce
in
a
:
è
il
criterio
con
cui
i
vecchi
contadini
toscani
chiamavano
Enea
le
femminucce
,
e
Artemide
,
anzi
Artemìde
i
maschietti
)
un
signor
Rino
Simonetta
,
di
Sant’
Ilario
Ligure
così
scrive
:
[37]
«
Non
conosco
il
romanesco
e
non
lo
capisco
.
E
come
me
ci
sono
parecchie
centinaia
di
migliaia
di
italiani
.
Poiché
alla
televisione
la
lingua
ufficiale
è
il
romanesco
e
quasi
tutte
le
trasmissioni
si
svolgono
a
Roma
,
sarebbe
cosa
utile
dare
agli
italiani
delle
lezioni
televisive
di
lingua
romana
,
così
da
potere
seguire
gli
spettacoli
e
capire
bene
…
Oggi
ortografia
,
sintassi
,
grammatica
,
tutto
è
alla
romana
e
ben
diverse
da
quelle
di
un
tempo
»
.
[38]
La
lettera
a
cui
il
giornale
assegna
il
posto
d’
onore
e
titolo
su
tre
colonne
,
a
parte
le
sue
audacie
sintattiche
,
che
sono
nuovissime
ci
riporta
indietro
di
dieci
anni
.
[39]
E
così
la
risposta
.
[40]
Che
qualcuno
alla
televisione
pronunci
terra
con
una
erre
sola
(
ma
chi
?
in
che
contesto
?
)
è
in
ogni
caso
irrilevante
rispetto
a
molti
,
troppi
altri
fatti
e
fenomeni
linguistici
.
[41]
Per
esempio
,
un
italiano
su
tre
è
tenuto
in
considerazione
di
analfabeta
o
semianalfabeta
,
e
non
è
quindi
in
grado
di
cavarsela
nella
lettura
di
un
giornale
,
per
quanto
scritto
nitidamente
.
[42]
Per
esempio
,
ci
sono
sindacalisti
che
in
un
documento
non
si
vergognano
di
scrivere
«
approccio
vertenziale
»
.
[43]
Per
esempio
,
ci
sono
politici
e
giornalisti
,
che
continuano
a
latineggiare
a
vanvera
,
scrivendo
«
rebus
sic
stantibus
»
,
salus
rei
publicae
…
[44]
»
,
«
per
aspera
»
.
[45]
A
vario
livello
,
tutto
questo
pare
più
grave
e
più
significativo
di
una
pronuncia
romana
,
o
lombarda
,
o
siciliana
,
o
toscana
,
sfuggita
a
questo
o
quello
dal
video
.
[46]
Dando
spazio
a
rilievi
inessenziali
,
«
Il
Giornale
»
ci
riporta
alle
prime
,
ingenue
reazioni
di
dieci
,
quindici
anni
fa
all’
ascolto
televisivo
.
[47]
Anche
per
questo
aspetto
il
quotidiano
di
Montanelli
fa
un
passo
indietro
rispetto
agli
altri
giornali
italiani
.
Text view
•
Paragraph view