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I temi: parole a vuoto

Language columnLe parole e i fatti
AuthorTullio De Mauro
Date 28 settembre 1973
NewspaperPaese Sera
Publication placeRoma
Publication countryItalia
Page3
Column1-2


[1]
IN UN RECENTE articolo di «Panorama» Guido Calogero ha parlato, con la arguzia e l’intelligenza che conosciamo, della nefasta usanza dei «temi»: una cancrena di cui la scuola italiana stenta a liberarsi.
[2]
L’articolo di Calogero è interessante per le rinnovate critiche mosse alla assurda pratica dei «componimenti», e anche come testimonianza.
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Con grande onestà intellettuale egli racconta che dall’educazione familiare e scolastica gli era venuta la accettazione pacifica di questa pratica; e che soltanto arrivato a contatto con i ben diversi metodi di educazione linguistica di paesi anglosassoni l’assurdo dei componimenti gli apparve evidente: l’assurdo di scrivere a freddo e a lungo per illustrare prolissamente quel che qualche classico aveva detto con convinzione e concisione.
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Calogero appartiene a una famiglia di vecchia e soda cultura.
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Della migliore cultura italiana, come del più fermo e attivo antifascismo militante, egli è stato ed è un protagonista.
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Le sue prime ricerche di filosofia e i suoi studi sulla logica greca, ardui e ancora luminosi e illuminanti, risalgono agli anni venti.
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Per di più nel quadro di una cultura universitaria che spesso e volentieri snobbava (e ancora snobba) le questioni di scuola e istruzione, Calogero è stato un’eccezione: il taglio stesso del suo pensiero filosofico, che sottolinea il valore permanente del rapporto con gli altri, dell’etica e della politica, del dialogo, e la forte impronta democratica della sua opera lo hanno portato da tempi remoti ad avvertire e discutere appassionatamente i problemi della scuola.
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Ma anche a un protagonista così valido e attento è sfuggito di non essere stato il primo l’unico a protestare contro l’insulsa tradizione dei componimenti.
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Lo scorso inverno, durante una riunione del Centro di Iniziativa Democratica degli Insegnanti, abbiamo discusso proprio la stessa cosa: che farne del tema di italiano?
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Aprendo la discussione, sembrò giusto accennare brevemente alle critiche che da cent’anni a questa parte sono state formulate contro i temi.
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Dieci anni fa, avevo creduto di fornire un elenco quasi completo di queste critiche; da Martini e padre Pistelli, il filologo e scrittore fiorentino, attraverso i pedagogisti del primo Novecento, giù giù fino agli allora giovani studiosi della rivista «Il Mulino», che nel 1950 pieni di sacro ardore si scagliavano contro il tipo di insegnamento dell’italiano dominante nella scuola.
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Ma l’elenco era incompleto.
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Una pagina delle Lezioni di didattica di Giuseppe Lombardo Radice, il valoroso pedagogista padre di Lucio, è stata riprodotta qualche mese fa da Aldo Agazzi in «Scuola e didattica».
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Lombardo Radice indica ancora altri critici dei temi retorici, da Carducci e Fraccaroli al Renier al Gentile e Augusto Monti.
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Ed egli stesso, dopo avere bollato la pratica dei temi («esercizio di insincerità», anzi «esercizio di immoralità»), dopo averla sbeffeggiata, propone un rimedio:
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Esercizio di immoralità
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«L’abbandono della esercitazione retorica per un più semplice e sano uso scolastico: esposizioni di cose studiate a scuola, approfondimento di problemi che la scuola può solo accennare o temi veri e propri col solo valore di pretesti per provocare speciali private letture degli scolari».
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Calogero, da parte sua, nell’articolo appena apparso, propone anche altre forme di addestramento sostitutive del tema: forme che, per esempio, allenino ad abbreviare un testo, più che ad allungarlo con parole inutili.
[19]
Tra i molti critici della pratica del tema non ci sono stati, fino a tempi recenti, dei linguisti.
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Poi le cose sono cambiate.
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E in effetti, un linguista che non si dedichi soltanto a studi parcellari e separati, più o meno eruditi, un linguista che cerchi di capire e studiare i meccanismi fondamentali del linguaggio e cerchi di rendere utili al prossimo le sue conoscenze, non può che applaudire i critici dei temi retorici in uso nelle nostre scuole.
[22]
Fare del tema la forma suprema ed ottima di esercitazione e misurazione delle capacità linguistiche, come avviene nelle nostre scuole, è sbagliato, agli occhi dello studioso di linguaggio, per una gran quantità di motivi.
[23]
Anzitutto, il tema privilegia in modo del tutto ingiustificato lo scrivere lungo rispetto allo scrivere breve.
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Può darsi che scrivere molto fosse sensato in altre epoche, in altri luoghi.
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Nella civiltà contemporanea, il problema è piuttosto quello della concentrazione massima delle informazioni.
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E in ogni tempo la grande letteratura e la grande poesia hanno puntato tutto sulla densità della pagina, non sul profluvio di parole a vuoto.
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Ma ancor più grave è che il tema privilegia lo scrivere rispetto al parlare: la capacità di mettere insieme alla svelta le proprie idee, esponendole in modo chiaro e preciso, è, in società democratiche, assai più preziosa della capacità di scrivere un lungo «papiello».
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E non basta ancora.
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Il possesso sicuro del linguaggio non è fatto soltanto di produzione attiva di frasi, ma almeno altrettanto è costituito (lo sappiamo tutti dalla comune esperienza) dalla capacità di capire a volo, leggendo e ascoltando.
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Questa grossa fetta di abilità linguistiche, che è la capacità ricettiva, non è minimamente saggiata o affinata da una pratica educativa tutta basata sul tema.
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«Aguzzate la vista»
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E nemmeno così è finita.
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Scrivere, parlare, leggere, ascoltare, farsi capire e capire, sono aspetti di una attività il linguaggio che serve all’essere umano per sistemare interiormente le sue esperienze, e per comunicarle al prossimo.
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È una componente indispensabile, dunque, della vita individuale e sociale: ma, appunto una componente.
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Cioè una forza che opera se si incontra e si compone con altre: così come una leva è una leva soltanto se ha un punto d’appoggio, un ingranaggio in cui si inserisce, altrimenti è un qualunque pezzo di ferro.
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Esercitare la capacità linguistica si può soltanto facendola funzionare nel pieno della realtà, e cioè soltanto creando nella scuola delle occasioni reali, vere, in cui fare funzionare le capacità linguistiche produttive e ricettive, di comunicazione e fissazione scritta e parlata di frasi, di ricezione e comprensione, di elaborazione mentale.
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Ora, quel che soprattutto offende nella turpe sciagurata pratica viziosa dei temi è che si pretende che il linguaggio giri a vuoto, nel vuoto di cose reali da dire, da comunicare, da ragionare.
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Scriveva a giusta ragione Giuseppe Lombardo Radice:
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«I temi sono quelli coi quali si impone a tutti i giovani di una classe, a giorno e ora fissa, di pensare e sentire quel che naturalmente non penserebbero e non sentirebbero (e si pensa o si sente non naturalmente?), per poi notare ciò che l’animo detta dentro. E come al cuore e al cervello non si comanda, i giovani scrivonoMa che cosa? Per solito quello soltanto che vien dettato da dentro: nulla!».
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L’anno scolastico si riapre.
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Torneranno ancora i temi?
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Si sappia almeno che, pretenderli, è come spegnere la luce e dire ai ragazzi nel buio: «Adesso, da bravi, aguzzate la vista».
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La ora di «visione» nel buio completo sarebbe non meno ridicola (e certo meno dannosa) dell’ora di «italiano» passata scrivendo a vuoto il solito inutile tema.

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