Powered by <TEI:TOK>Maarten Janssen, 2014-
IN UN PEZZO apparso qui, si è accennato all’esistenza di «quattro Sud»: il Sud obbligato al dialetto, il Sud che sa usare ancora il dialetto, il Sud che del dialetto ha quasi vergogna e sa usare l’italiano, e infine, il Sud che non sa più parlare il dialetto, ma ancora ignora lo italiano, il Sud, dunque drammaticamente costretto al silenzio.
La questione sta suscitando qualche reazione: telefonano e scrivono lettori noti e non noti consentendo, dissentendo, correggendo.
Molte osservazioni si appuntano in particolare su quel che si è scritto a proposito di Roma: che non è ben chiaro se sia considerata dentro o fuori i confini della Terronia dai non romani; e che ha per tempo conosciuto il dileguo del dialetto locale. A questo proposito un lettore scrive una lettera che è una delle testimonianze più interessanti. Scrive il lettore:
«Sono romano cinquantenne, operaio, e non pretendo il dire cose definitive, accogliendo l’invito a intervenire contenuto nel suo articolo Il linguaggio dei quattro Sud.
«Nella prima parte trovo che vi sono alcune inesattezze sia pure marginali, che meritano una rettifica perché possono portare a valutazioni errate per quanto riguarda Roma e la sua considerazione geolinguistica fra il resto d’Italia, quale quello che dà il termine terrone come vocabolo d’uso comune ai romani trent’anni fa. A me pare che il termine, che mantiene tutt’ora un significato spregiativo, sia stato sempre usato nel nord d’Italia ed espresso con diverse accentuazioni a seconda della regione di appartenenza del dicitore, aristocratica e distaccata nel piemontese, dura, diciamo teutonica, nel lombardo, garbata e scherzosa nel veneto, ma sempre e soltanto nel settentrione.
«Il romano che per temperamento, usi e tradizioni è più affine al napoletano, usava e usa ancora il termine cafone. A Roma, in passato, l’espressione terrone era possibile ascoltarla in quelle ristrettissime cerchia di persone che potendo viaggiare in quei tempi difficili e avere contatti al nord, ne riportavano il termine, ma erano casi sporadici di cui la massa del popolo non ne aveva sentore. L’importazione di espressioni dialettali, per quanto riguarda il popolo avveniva durante il servizio militare che era pressoché l’unica occasione di contatto interregionale e la grande e più profonda mescolanza avvenne nell’ultimo conflitto mondiale quando la parola terrone si diffuse in una certa misura anche a Roma. Non c’è dubbio però, a parte il significato spregiativo, che la parola terrone volesse significare anche il contadino delle terre desolate del sud…».
In margine alla lettera del gentile e preciso lettore, vorrei fare qualche osservazione.
Osservazione numero uno. Lo studioso svizzero che nel 1954 andò in giro studiando, tra l’altro, i nomignoli regionali che i Settentrionali danno ai Meridionali e viceversa, trovò che in tutte le provincie del Nord e del Centro, fino a Perugia inclusa, per i meridionali imperava la unica denominazione di terrone. Che terrone fosse stato usato a sud di Perugia non gli risultò da nessuno dei suoi molti intervistati.
A me, però, era rimasto in mente un lontano episodio. A Roma, nel luglio del 1943, e posso precisare anche il luogo, nei pressi di Porta Pia, durante una estenuante fila per dei generi alimentari, capitò a me, ragazzino immigrato di fresco dal Sud, di assistere a un litigio tra una donna romana e una meridionale. La meridionale aveva cercato di intrufolarsi nella fila. La romana protestava con forza. E a un certo punto, esasperata, cominciò a insultare la meridionale, dandole, tra gli insulti quello di «terrona», anzi, specificò, «terrona de quelle der tacco».
Dunque, potevo testimoniare, contro il parere di altri colleghi filologi, che a Roma almeno una volta «terrone» era stato usato. Ma, dicevano gli antichi giuristi, «una testimonianza unica è una testimonianza nulla». Come «terrone» ero stato vivamente colpito dal fatto, che ricordavo con sicurezza. Ma, passati gli anni, e diventato linguista, non potevo appellarmi alla mia sola e privata testimonianza.
Adesso, di testimonianze ne abbiamo due. Come anche il lettore rammenta, durante gli anni di guerra, anche a Roma ha serpeggiato l’epiteto «terrone» contro i Meridionali.
Osservazione numero due. L’espressione «terrone», a Roma, come giustamente dice il lettore e tutti possono confermare, ha vissuto una vita sporadica, grama. In due, ce la ricordiamo usata solo saltuariamente, negli anni difficili della guerra, e non da parte della generalità della popolazione.
In effetti, l’espressione è di origine settentrionale. Questo si può affermare con una certa sicurezza. Ma il resto della storia di questa parola, così diffusa e nota, è per ora abbastanza malsicuro.
Per il nostro lettore non c’è dubbio che «terrone» si leghi a «terra», e designi fondamentalmente il meridionale come «contadino». Il nostro lettore non è il solo a sentire così. In una inchiesta del 1960 sugli immigrati a Milano, un interrogato meridionale esclamò con rabbia:
«Non sanno (i cittadini di Milano) neanche che cosa significa la parola terrone, che deriva dalla parola terra. Non lo sanno neanche che deriva dalla parola terra, dicono terun e non lo sanno».
Terrone dunque è nato da terra? E quando? Gli studiosi di queste cose, linguisti, filologi, vocabolaristi, hanno dubbi.
All’inizio della vicenda di terrone ci sarebbe «terra», ma non nel senso di «terra lavorata dal contadino». Alfredo Panzini, che fu non soltanto scrittore, ma anche autore di un prezioso dizionario «moderno» (che raccoglieva cioè a mano a mano le parole nuove), nell’edizione del 1923 del suo dizionario scriveva:
«Terra matta (terra ballerina, terra di pipa), per dispregio dicesi a Milano per indicare gli abitanti e le regioni meridionali d’Italia».
All’origine di questo nome, ci sarebbe stato il ricordo dei due terribili terremoti partiti a breve distanza dal Sud: quello di Messina, del 28 dicembre 1908, e quello della Marsica, del 13 dicembre 1915 (per la cronaca, a questi due catastrofici eventi è legata anche la nascita di un’altra parola: terremotato).
Ancora nelle successive edizioni prebelliche del Panzini si leggono queste parole, ma non figura la parola terrone. Questa appare solo nel 1950, e viene spiegata come derivata appunto da «terra matta». I Settentrionali, chiamando i meridionali terroni, avrebbero voluto dpingerli come «quelli delle terre dei terremoti»: gente vulcanica, turbolenta, da non fidarsene.
È davvero così? Gli studiosi di etimologia e filologia non hanno dubbi. Ma a me sembra che nella coscienza linguistica collettiva sia molto forte dappertutto il legame tra «terrone» e «terra che si lavora».
Non mi stupirei perciò se, cercando meglio in carte, libri e memorie personali, venisse fuori che terrone fin dall’origine non ha voluto dire «uno della terra dei terremoti», ma «uno che lavora la terra desolata del Sud».
Terza osservazione. Chiaro che a Roma un’espressione così non poteva avere fortuna. Usarla qualche volta, in momenti di rabbia ed esasperazione, questo sì, ha potuto succedere. Ma usarla tutti e comunemente, questo urtava contro due difficoltà.
La prima è che a partire dal 1870 di decennio in decennio centinaia di centinaia di migliaia di abruzzesi, ciociari, napoletani, pugliesi e altri meridionali si sono riversati a Roma, diventando parte viva e attiva della città, a tutti i livelli sociali. In una città così era dunque difficile che attecchisse un nome spregiativo per i meridionali.
E poi dal Cinquecento (quattro secoli!) Roma è una città di immigrazione. Attraverso le generazioni, tra tanti difetti che la città dicono che ha, uno ha imparato ad eliminarlo: il campanilismo, il razzismo. Tra le grandi città italiane del Centro e del Nord, per tradizione ancora viva, Roma è la più disponibile ad accogliere e, come oggi si dice, a «integrare» chi viene da fuori, senza fargli pagare il pedaggio.
Quella tolleranza per gli «altri», d’altra regione, che nelle metropoli del Nord è una conquista della classe operaia di questi anni, a Roma è un bene ereditario, tradizionale. Al nuovo arrivato, al massimo, il «romano de Roma» si limitava a cantare il vecchio stornello:
«Voi siete fior de testa, io fior de prato. / A ‘sto paese voi sete venuto. / Voi ce sete venuto, io ce so’ nato».
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