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«Giornalese» italiano

Language columnLe parole e i fatti
AuthorTullio De Mauro
Date 24 maggio 1974
NewspaperPaese Sera
Publication placeRoma
Publication countryItalia
Page3
Column1-2


[1]
Raccontano che, mentre le bombe tedesche andavano annientando interi quartieri londinesi, gli inglesi discutevano serenamente di come provvedere al miglior futuro urbanistico della loro capitale, profittando, tra l’altro, dei barbari squarci della guerra per progettare parchi e servizi e quartieri non congestionati.
[2]
Il famoso piano urbanistico di Patrick Abercrombie e J.
[3]
H.
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Forshaw porta in effetti la data del 1943, e dello stesso anno e l’istituzione del ministero dell’urbanistica.
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Si vis pacem, para pacem, è già stato detto: se vuoi la pace, datti da fare per la pace, se vuoi una società migliore, lavora subito per una società migliore, senza aspettare i cosiddetti tempi migliori.
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L’esempio inglese è molto istruttivo.
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Sarebbe bello se anche nel nostro paese fosse imitato più spesso.
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C’è da augurarsi che vogliano imitarlo i giornalisti democratici, oggi sottoposti a una offensiva non meno pericolosa e mortifera di quella hitleriana contro l’Inghilterra.
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Anche i più disattenti sanno che le mani sempre più lunghe di Eugenio Cefis si sono introdotte nella proprietà del «Messaggero».
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E anche i meno informati e più appartati sentono di continuo ambigue voci di allarme per il futuro del «Corriere della Sera», vogliamo dire di questo spregiudicato e coraggioso «Corriere» di questi mesi.
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Infine, tutti sappiamo delle difficoltà economiche e quindi della debolezza in cui, dal più al meno, si trovano tutti quanti i quotidiani.
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Speriamo che in questa tempesta il giornalismo democratico trovi non solo la forza di resistere e sopravvivere, ma la forza di vivere, e vivere meglio che nel passato, cioè facendo bene il suo mestiere.
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E facendolo non a Cefis sparito, come i giovanotti scapestrati d’un tempo che promettevano di rimettersi in esso «a babbo morto», ma subito.
[14]
A questo rinnovamento del nostro giornalismo vorremmo qui offrire un minuscolo contributo marginale, riprendendo in esame le regole di quel linguaggio giornalistico che studiosi anglosassoni chiamano scherzando «journalese», e che qui, in queste note, avevamo battezzato «giornaliano».
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Una regola del giornalese o giornaliano, che dir si voglia, impone di mettere tra virgolette soltanto frasi inattendibili.
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Ce ne offre una nuova prova «Panorama», uno dei settimanali più reputati per la sua serietà, dovuta non solo alla presenza di commentatori di grande valore come Giorgio Galli o Stefano Rodotà, ma a un efficiente corpo redazionale, alle battaglie che ha combattuto, alla grande quantità di informazioni controllabili che .
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Eppure anche «Panorama», in fatto di virgolette obbedisce spesso non alla serietà, ma alle regole del giornalese.
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E se non arriva al punto di quell’altro retocalco, celebre per avere più volte descritto ai suoi lettori tra virgolette i segreti pensieri dell’on.
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Moro, chiuso da solo nella sua stanza poco ci manca.
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La regola delle «cinque W»
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Ma veniamo ai fatti.
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Nello ultimo numero di «Panorama», datato 23 maggio, leggiamo un interessante scambio di battute.
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Un uomo politico, Giorgio Napolitano, scrive una lettera a proposito di una frase sulla questione della Rai-Tv che il settimanale precedentemente gli aveva attribuito, citandola tra virgolette.
[24]
Dice Napolitano nella sua lettera: «Smentisco nel modo più assoluto di avere mai pronunciato quella frase, di avere mai detto nulla del genere e di avere mai discusso con alcun dirigente socialista sulla questione».
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Ed ecco come a questa smentita risponde il giornalista Renzo Rosati: «La frase attribuita all’on. Napolitano mi è stata riferita da uno dei responsabili del Psi nelle trattative per la Rai-Tv. Fu pronunciata, per l’esattezza, nel corso di una telefonata. L’interlocutore di Napolitano me l’ha confermata anche dopo la smentita».
[26]
Orbene, Renzo Rosati è certamente un bravissimo giornalista, ma non per questa risposta e non per il pezzo sulle trattative Rai-Tv.
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Nessuno dovrebbe mai dare lezioni ad altri, ma tra loro, forse, i giornalisti lezioni se le potrebbero dare.
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E manuali di buon giornalismo insegnano di solito la «regola delle cinque W».
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Ora è uscita la seconda edizione, «rifatta e ampliata», dell’eccellente Dizionario di giornalismo, di Mario Lenzi.
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Chiunque sappia leggere (cioè circa il settanta percento dei nostri concittadini) può leggervi, alla voce «regola delle cinque W», le seguenti parole:
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«Norma fondamentale di ogni notizia è quella di compendiarla tutta, naturalmente negli elementi essenziali, nel primo periodo. Nella stampa anglosassone, questa regola viene detta delle cinque W. Si deve cioè rispondere iniziando un pezzo a queste cinque domande: Who? (chi?) Where? (dove?) When? (quando?) What? (cosa?) Why? (perché?). il criterio è ormai adottato dalle agenzie di informazione di tutto il mondo e dalla maggior parte dei giornali».
[32]
La risposta di Renzo Rosati viola largamente la regola delle cinque W: non ci dice il nome del dirigente socialista, non ci dice che cosa gli ha detto con precisione, quando, dove e perché.
[33]
Questo fantasma cui Renzo Rosati affida in sorte la sua dignità professionale (almeno in quest’occasione) a sua volta almeno stando alle parole di Rosati nemmeno lui una notizia in forma controllabile.
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Le virgolette ornamentali
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Naturalmente non vogliamo in alcun modo mettere in dubbio la buona fede del dirigente socialista del giornalista di «Panorama».
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Non v’è dubbio che tra i dirigenti socialisti vi siano uomini d’onore.
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Noi stessi ne abbiamo conosciuto uno, sindaco in un paese del Cosentino, e un altro, assessore in una cittadina emiliana.
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E nemmeno è dubbio che vi siano uomini d’onore tra i giornalisti italiani.
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Ma a Rosati viene fatto di chiedere perché mai lui e altri suoi colleghi confezionino le notizie in modo tale da trasformare il rapporto tra lettore e articolista in un duetto melodrammatico in cui l’uno deve giurare all’altro «eterna ».
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Non sarebbe più semplice applicare rispettosamente la regola delle cinque W, che serve a conferire controllabilità (e quindi seria credibilità) alle notizie?
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Immaginiamo un momento la notizia di Rosati riscritta per bene: «Il dirigente del PSI, Pinco Pallino abitante nel Tal Posto, il giorno tale, alla presenza dei colleghi Sempronio e Filano, ha detto tra l’altro, forse per far del bene, che l’on. Napolitano il giorno tale nella tale occasione gli ha detto, presenti Tizio e Caio, che eccetera eccetera».
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Messa così, la notizia di Rosati sarebbe una vera notizia giornalistica e non una chiacchiera in giornalese; ognuno infatti saprebbe come controllarla, come smontarla e smentirla e, se resiste, ognuno potrebbe e dovrebbe accettarla.
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Finché «Panorama» risponderà a lettere di smentita su questa faccenda delle frasi tra virgolette dicendo, più o meno, che tra virgolette non ci sono proprio le parole, ma certo, insomma, parole forse simili a quelle dette («Panorama» dell’8-11-73, risposta a Delio Mariotti); oppure che, , una certa signora non è mai stata intervistata, ma insomma, be’, infine è probabile che la pensi più o meno come la frase che le fu messa in bocca tra virgolette» («Panorama» del 22-11-73), anche «Panorama» contribuirà allo sviluppo del giornalese, non a quello del giornalismo italiano.
[44]
Nel suo bel Dizionario della lingua italiana alla voce «virgolette» Carlo Passarini Tosi scrive: «Si usano dopo due punti, nel passaggio dal discorso indiretto a quello diretto, per includervi parole altrui riferite testualmente, una citazione precisa e simili».
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Così è in italiano.
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Nel nostro giornalismo, invece, troppo spesso non è così.
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Troppo spesso le virgolette sono un ornamento retorico usato per vivacizzare il periodo certo si avvolgono in un fumo opaco le fattezze e i connotati precisi delle cose di cui si parla.
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I lettori si diseducano, le notizie circolano imprecise e incontrollabili.
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E l’una e l’altra cosa favoriscono le resistibili ascese dei più loschi figuri.

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