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Un osservatorio della lingua

Language columnLe parole e i fatti
AuthorTullio De Mauro
Date 25 maggio 1973


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A PIER PAOLO Pasolini fanno tante colpe che non gli dispiacerà se, tra i tanti che ha sulla coscienza, gli attribuisco anche altro peccato (che lui non sa e nemmeno immagina di aver commesso). Il peccato è quello di avermi aiutato a precisare il senso di una parte del mio lavoro (ma, vedremo, ormai non solo mio) con una sua idea lasciata cadere , quasi per caso, parecchi anni fa. Scrisse una volta Pasolini:

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«In Italia non esistono osservatori linguistici, neanche credo nelle riviste specializzate, che regolarmente, sistematicamente, intensamente, si pongano come rilievi socio-linguistici e, con la puntualità dei bollettini meteorologici che dicono Che tempo fa, ci dicano Che lingua fa».

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Confesso volentieri che l’idea di costituire un «osservatorio linguistico» ha aiutato certamente me, ma sospetto anche altri, nel lavoro di questi anni. Rientrano tra coloro che badano a questo medesimo compito varie persone. Pochi gli specialisti patentati: in testa ai quali va senza dubbio messo Bruno Migliorini, che dagli anni trenta, e dunque al di qua d’ogni possibile suggestione di Pasolini, è stato ed è restato il più attento, puntuale, abile esploratore della nostra contemporaneità linguistica. Tra le fonti accademicamente autorevoli è certamente Migliorini che ogni paio d’anni risponde più regolarmente alla domanda «Che lingua fa».

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Un gruppo tecnicamente qualificato è rappresentato dai linguisti (prevalentemente giovani) che si raccolgono nella Società di linguistica italiana: i riferimenti sistematici alla nostra contemporaneità linguistica sono continui negli ormai numerosi volumi pubblicati dalla SLI presso l’editore Bulzoni. Le ricerche di tanti sulle interferenze tra lingua e dialetti nell’uso scolastico, sulle particolarità di vocabolario, di costruzione, di pronunzia delle varie regioni italiane, le ricerche di Mario Medici sul linguaggio pubblicitario, quelle di Dardano sul linguaggio giornalistico, rientrano in questa cornice che la Società linguistica è venuta creando. L’anno venturo, nel 1974, la SLI ha già programmato (da un anno) di dedicare il suo convegno annuale a una esplorazione collettiva e sistematica degli «aspetti sociolinguistici dell’Italia contemporanea».

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Ma in questo campo (e magari anche in tanti altri) i tecnici, gli specialisti, la gente del mestiere, deve fare tanto di cappello ai dilettanti: scrittori, saggisti, che si «sporcano le mani» a prendere di petto l’interrogativo di Pasolini e che, di tanto in tanto, nei giornali, ci danno i loro «bollettini linguologici».

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È raro che gli specialisti non trovino a che ridire su questi «bollettini linguologici». Pasolini stesso (che ne ha redatti diversi in questi anni) è stato a più riprese beccato da specialisti rigorosi come Giulio Lepschy e Cesare Segre. Monelli è stato più volte «pizzicato» da Emilio Vuolo (un tempo) e qualche volta da me.

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Di rado, però, viene criticata la registrazione di fatti linguistici precisi. Quel che infastidisce la gente del mestiere, i linguisti, sono soprattutto la generalizzazione arbitraria e certe false drammatizzazioni.

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Le secche, asciutte notazioni che Alberto Moravia fece nel 1968 sulla forte somiglianza tra il vocabolario dei giovani contestatori del tempo e l’eloquenza burocratica, confusa ed oscura, dei politici di governo, non hanno suscitato (che sappia) alcuna riserva: lo specialista non può che ammirarne la felice precisione. Quando Piovene si fermò a spiegare la varietà di possibilità che ha lo scrittore italiano quando, per esprimere una nozione, dispone d’una parola straniera e di una indigena e popolare («spogliarello» e «strip-tease», per esempio), lo specialista non ha potuto fare altro che apprezzare la finezza della osservazione stilistica.

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Allo stesso modo, gli articoli di Leo Pestelli sulla «Stampa» sono utili per la registrazione di costrutti e parole nuove che contengono. Quel che agli occhi dello specialista non funziona è il tono di continua condanna, sono gli scuotimenti di capo, le lacrime, i sospiri che si addensano intorno alla notazione del fatto. È l’atmosfera di purismo che infastidisce e porta a sottovalutare un lavoro altrimenti utile.

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Questo lavoro, ripeto, è stato svolto con larghezza soprattutto da non specialisti. Pestelli e, un tempo, Monelli (e Piovene) nella «Stampa»; Monelli, Arbasino, Barbiellini Amidei nel «Corriere della Sera»; Citati fino a qualche tempo fa nel «Giorno» e ora, nello stesso giornale, Alfredo Giuliani; Satta e Maldini nella «Nazione» e nel «Resto del Carlino»; Golino nell’«Espresso»; ecco alcuni tra i protagonisti di questa attenzione sempre più articolata e precisa dedicata alle cronache del nostro scrivere e parlare.

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La crescente attenzione degli specialisti per le vicende linguistiche dell’oggi e il continuo lavoro di registrazione e intervento giornalistico hanno creato, così, in questi ultimi anni una situazione nuova. L’idea di «osservatorio linguistico» lanciata otto anni fa da Pasolini non è più una utopia. Presi uno per uno, i contributi ai quali si è accennato possono anche prestare il fianco a critiche di vario genere: eccessivamente minuti e specialistici alcuni pochi, numerosi quelli con qualche imprecisione o intinti di inutili ideologie conservative, populistiche, puristiche.

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Ma, tutti insieme, i discorsi sull’attualità linguistica svolti in questi ultimi anni costituiscono una fitta trama di osservazioni che dovrebbero consentire la redazione di quei «bollettini linguologici» di cui si parlava.

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Si è formato un embrione di «intellettuale collettivo» che, se opportunamente interrogato, dovrebbe poter rispondere alla domanda «Che lingua fa». Una giovane studentessa salernitana si è accinta proprio a tentare di vedere se è così, e cioè se, a mettere insieme tutti i discorsi dei giornali sul linguaggio, in capo a un anno se ne ricava una cronaca attendibile delle maggiori vicende linguistiche della nostra società: la scomparsa dei dialetti; il recupero interregionale di certe vecchie espressioni locali e dialettali; la pressione dei vari gerghi tecnici; abusi, mistificazioni, ma anche il bisogno, sempre più forte e diffuso, di un parlare e d’uno scrivere rettilineo, largamente accessibile; il crescente divario che separa le varie regioni italiane in fatto di linguaggio, cosa su cui converrà tornare.


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